Confermate in Appello le condanne contro i protagonisti delle mobilitazioni dei disoccupati organizzati. Il sindacato parla di sentenza politica
La Corte d’Appello di Napoli ha confermato le condanne nei confronti di 39 ex Precari Bros, protagonisti negli ultimi vent’anni delle mobilitazioni dei disoccupati organizzati per il lavoro, il reddito e la dignità. Per diversi imputati sono state confermate pene superiori all’anno di reclusione, mentre per altri la condanna è stata rideterminata in un anno con sospensione della pena. Tutti dovranno sostenere le spese processuali e alcuni sono stati condannati anche al risarcimento dei danni nei confronti di Trenitalia e ANM.
Per il movimento dei disoccupati organizzati e per l’Unione Sindacale di Base si tratta di una sentenza dal forte valore politico, che colpisce una delle più importanti esperienze di lotta per il lavoro sviluppatesi a Napoli e nel Mezzogiorno. Una vicenda giudiziaria che, secondo i movimenti, ha finito per mettere sotto processo non soltanto alcuni episodi contestati dalla magistratura, ma un’intera stagione di mobilitazione sociale e di organizzazione popolare.
In una nota diffusa dopo la sentenza, l’USB esprime piena solidarietà ai lavoratori condannati e denuncia quello che considera un attacco diretto alla storia delle lotte dei disoccupati organizzati.
«La storia dei movimenti non è materia per i tribunali», afferma il sindacato, definendo grave la decisione della Corte d’Appello e annunciando la propria mobilitazione a sostegno delle donne e degli uomini colpiti dalle condanne.
Secondo l’USB, il significato politico della sentenza va ben oltre le singole responsabilità contestate. Il sindacato sostiene che per anni parti della magistratura e settori del sistema politico abbiano guardato con ostilità all’organizzazione dei disoccupati, ritenendo intollerabile che migliaia di persone escluse dal lavoro decidessero di organizzarsi autonomamente per rivendicare diritti e tutele.
«Migliaia di senza lavoro e di persone costrette al lavoro nero, malsano e malpagato decisero coscientemente di unirsi ed organizzarsi per rivendicare il sacrosanto diritto al lavoro, al reddito e ad una vita degna». Una stagione di mobilitazioni che ha rappresentato per anni uno dei principali punti di riferimento delle vertenze sociali nel territorio campano.
Per il sindacato, proprio questa capacità di organizzazione e di resistenza è stata l’obiettivo di una lunga offensiva repressiva. «Questo autentico protagonismo popolare andava criminalizzato e messo al bando».
L’USB ricorda come il movimento dei disoccupati abbia attraversato anni di denunce, repressione, promesse mancate e tentativi di isolamento politico senza però essere sconfitto. Al contrario, migliaia di persone sarebbero riuscite a conquistare un posto di lavoro grazie a una mobilitazione costante e organizzata.
Per questo la sentenza viene interpretata come un tentativo di colpire non solo il passato, ma anche il presente delle lotte sociali. «La sentenza emessa è anche un monito, una vera e propria minaccia verso le mobilitazioni di oggi e di quelle che verranno», denuncia l’organizzazione sindacale.
Una valutazione che si inserisce in un quadro più ampio di critica alle politiche securitarie degli ultimi anni e ai provvedimenti che, secondo l’USB, puntano a restringere gli spazi di agibilità sindacale, il diritto di sciopero e la libertà di organizzazione dei lavoratori.
Di fronte alle condanne, il sindacato rilancia quindi la necessità della solidarietà e della mobilitazione. «Solidarizzare con i compagni condannati, sostenerli nella loro resistenza legale, sociale e sindacale, mobilitarsi contro lo stravolgimento culturale e politico della storia dei movimenti di lotta» è l’appello rivolto a tutte le realtà sociali, sindacali e politiche che in questi anni hanno sostenuto le battaglie dei disoccupati organizzati.
Per l’USB, la vicenda dei BROS non riguarda soltanto i 39 lavoratori condannati. Riguarda una storia collettiva fatta di lotte, sacrifici e conquiste sociali che nessuna sentenza potrà cancellare. Ed è per questo che la parola d’ordine rilanciata dal sindacato resta la stessa: «Giù le mani dai nostri compagni. Stop alla repressione».
Ciro Crescentini

