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Licenziato dopo i permessi di paternità: il giudice lo reintegra e condanna l’azienda

Redazione by Redazione
19 Giugno 2026
in Attualità, Notizie correlate
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Per anni sarebbe stato demansionato e deriso dai superiori. Il Tribunale di Trento riconosce anche un danno permanente alla salute

Per anni aveva visto ridursi progressivamente il proprio ruolo all’interno dell’azienda. Da responsabile di una macchina industriale era stato assegnato a compiti sempre più marginali, fino a occuparsi della pulizia dell’impianto che in passato gestiva personalmente. Una situazione che, secondo il Tribunale del lavoro di Trento, ha contribuito a provocargli un grave disagio psicologico culminato in una forma di depressione cronica.

La vicenda riguarda un lavoratore quarantenne della Lego Spa – Legatoria Editoriale Giovanni Olivotto – licenziato il 28 luglio 2022. Con una sentenza emessa il 17 febbraio 2026 e resa nota soltanto nei giorni scorsi, il giudice Giorgio Flai ha stabilito l’illegittimità del provvedimento, ordinando il reintegro del dipendente e il risarcimento dei danni subiti.

Un percorso di progressivo isolamento

Secondo quanto ricostruito nel procedimento, i problemi sarebbero iniziati nel 2015, in concomitanza con l’arrivo di una nuova dirigenza nello stabilimento. Il lavoratore, assunto nel 1997 e promosso capomacchina nel 2004, avrebbe iniziato a perdere gradualmente responsabilità e mansioni.

Dal 2016 il suo ruolo sarebbe stato progressivamente ridimensionato, suscitando anche la sorpresa dei colleghi. Alcuni di loro, come riportato nella sentenza, gli avrebbero rivolto commenti ironici sul trattamento ricevuto, osservando come fosse stato di fatto “messo in castigo”. Quando il dipendente tentava di ottenere spiegazioni, avrebbe trovato dall’altra parte atteggiamenti di scherno anziché chiarimenti.

I permessi di paternità e le frasi offensive

Uno degli episodi centrali della vicenda risale al 2017, dopo la nascita del figlio. L’operaio aveva scelto di usufruire dei permessi di paternità previsti dalla legge, alternandosi con la madre nell’assistenza al bambino.

La decisione sarebbe stata accolta con derisione da parte del responsabile di reparto, che gli avrebbe rivolto una frase offensiva legata al tema dell’allattamento. Nel corso del processo, inoltre, un testimone ha riferito di aver ascoltato una conversazione tra dirigenti aziendali nella quale si sosteneva la necessità di “punirne uno per educare gli altri”, proprio in riferimento all’assenza del lavoratore per i congedi parentali.

Le conseguenze sulla salute

Nel corso degli anni la situazione avrebbe avuto ripercussioni sempre più pesanti sul piano personale. I consulenti psichiatrici nominati dal tribunale, Marco Scillieri e Angelo Bolaffi, hanno descritto un quadro caratterizzato da depressione cronica.

La sentenza evidenzia come le condotte subite abbiano contribuito all’insorgenza di un disturbo dell’adattamento accompagnato da ansia e umore depresso. Il giudice ha inoltre riconosciuto un danno permanente all’integrità psicofisica quantificato nel sei per cento.

Tra il novembre 2019 e il luglio 2022 il lavoratore ha accumulato complessivamente 194 giorni di assenza per motivi legati alle proprie condizioni di salute, fino al successivo licenziamento.

La decisione del Tribunale

Accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Maurizio Roat nel febbraio 2023, il Tribunale del lavoro di Trento ha disposto il reinserimento del dipendente nel proprio posto di lavoro.

L’azienda dovrà inoltre corrispondere tutte le retribuzioni maturate dal 2 agosto 2022 al 14 ottobre 2024, comprensive di interessi legali, oltre al versamento dei relativi contributi previdenziali. A ciò si aggiunge un risarcimento di 11.351 euro per il danno non patrimoniale riconosciuto dal giudice.

Si conclude così una battaglia giudiziaria durata quasi tre anni, che ha portato al riconoscimento delle responsabilità aziendali e delle conseguenze subite dal lavoratore sul piano professionale e umano.

Alessandro Manna

Tags: demansionamentolicenziamentopaternitàrisarcimentotribunale
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