Da protagonisti delle raccolte firme contro il Jobs Act a sostenitori di chi lo difende. Il paradosso campano che interroga il sindacato
Un Congresso straordinario ha eletto Gisberto Rondinella nuovo segretario generale della FISTel-CISL Campania, la federazione che rappresenta i lavoratori delle telecomunicazioni. A sostenerlo, figure ben note nel panorama sindacale campano: Francesco De Rienzo, Marco Durante, Maria Rosaria D’Urso. Tutti e quattro, come lo stesso Rondinella, fino a otto mesi fa erano dirigenti della CGIL, in particolare della SLC, la categoria dei lavoratori della comunicazione.

Non semplici iscritti o simpatizzanti: erano quadri sindacali in prima linea, impegnati pubblicamente nella raccolta firme per i referendum sul lavoro promossi dalla CGIL. Una battaglia centrale contro il Jobs Act, per il salario minimo, contro i contratti precari e per la giusta retribuzione negli appalti.
Eppure, all’appuntamento con le urne dell’8 e 9 giugno scorsi, quando quelle firme avrebbero dovuto tradursi in un segnale politico forte, tutti hanno disertato. Nessuna dichiarazione, nessuna partecipazione al voto, nessuna presa di posizione. Erano già passati alla CISL — il sindacato che, a differenza della CGIL, difende apertamente il Jobs Act — e con quel passaggio si sono tirati fuori da una delle campagne più importanti della stagione sindacale.
Il caso non è solo politico. È etico. Perché se la coerenza non è un requisito per militare in un sindacato, dovrebbe almeno esserlo per guidarlo. Il fatto che quattro ex dirigenti CGIL — tra cui uno oggi segretario generale FISTel-CISL Campania — siano passati nel giro di pochi mesi da una battaglia referendaria contro le politiche sul lavoro targate Renzi a una sigla che quelle stesse politiche le ha sempre sostenute, pone interrogativi profondi sulla credibilità della rappresentanza.

La traiettoria di Gisberto Rondinella è particolarmente emblematica: in passato attivista dei Comunisti Italiani, poi vicino al Movimento 5 Stelle, oggi alla guida di una federazione CISL. Una metamorfosi che somiglia più a una scalata opportunistica che a una riflessione politica coerente. E che diventa il simbolo di un trasformismo sindacale sempre più diffuso: si cambia sigla, si cambia linea, ma si resta in sella.
Il rischio è evidente: alimentare la sfiducia dei lavoratori, già oggi distante dai luoghi tradizionali di rappresentanza. Perché se i sindacati appaiono come spazi dove si gioca la propria carriera più che si difendono i diritti, a perdere sarà solo il lavoro stesso.
Il sindacato non può permettersi questa deriva. Ha bisogno di trasparenza, legittimità democratica, coerenza politica. E chi cambia campo, ha almeno il dovere di spiegarlo, e di non voltare le spalle alle lotte che ha contribuito a costruire.
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