Oltre 550 ex comandanti di esercito, Mossad e Shin Bet chiedono alla Casa Bianca di intervenire prima del vertice con Netanyahu
A poche ore dal previsto incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, un gruppo composto da centinaia di ex alti funzionari della sicurezza israeliana ha deciso di lanciare un appello pubblico al presidente degli Stati Uniti. L’obiettivo è sollecitare un intervento deciso di Washington affinché venga contrastata la crescente violenza attribuita ai coloni israeliani in Cisgiordania, ritenuta una minaccia sempre più grave per la stabilità dell’intera regione.
L’iniziativa porta la firma di Matan Vilnai, già comandante dell’esercito israeliano, che interviene a nome dei Commanders for Israel Security, organizzazione che riunisce circa 550 ex dirigenti delle principali istituzioni di sicurezza dello Stato d’Israele: Forze di difesa israeliane (IDF), Mossad, Shin Bet, polizia, Consiglio di sicurezza nazionale e corpo diplomatico. Da anni il gruppo sostiene la prospettiva di una soluzione basata sulla coesistenza di due Stati e ritiene indispensabile rafforzare il ruolo dell’Autorità Palestinese per contenere l’escalation del conflitto.
Nel documento inviato a Trump gli ex responsabili della sicurezza affermano che, sebbene gli apparati israeliani abbiano dimostrato un’elevata capacità nel contrastare Hamas e le altre organizzazioni armate palestinesi, incontrano invece notevoli difficoltà quando gli autori delle violenze appartengono all’estremismo ebraico. Secondo i firmatari, una parte dell’attuale classe di governo avrebbe contribuito ad alimentare questo fenomeno, garantendo copertura politica e limitando l’applicazione della legge nei confronti dei coloni più radicali.
La lettera contiene un monito particolarmente duro: gli estensori ritengono che il proseguimento degli attacchi dei coloni possa produrre conseguenze persino più devastanti, sul piano strategico, rispetto alle atrocità compiute da Hamas il 7 ottobre. A loro giudizio, il deterioramento della situazione rischia di compromettere definitivamente sia il piano internazionale per il futuro di Gaza sia il processo di normalizzazione tra Israele e diversi Paesi arabi sancito dagli Accordi di Abramo.
Per gli ex vertici della sicurezza, gli elementi di allarme sono ormai evidenti e non dovrebbero essere sottovalutati. Un’ulteriore escalation in Cisgiordania potrebbe infatti trasformarsi in un conflitto regionale, con pesanti ripercussioni non solo sulla sicurezza israeliana ma anche sugli interessi strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente. Per questo motivo chiedono a Trump di utilizzare il colloquio con Netanyahu per trasmettere un messaggio chiaro e inequivocabile sulla necessità di fermare le violenze e ristabilire il rispetto della legalità.
L’appello arriva in un momento di forte tensione. Dopo una sparatoria seguita a un’incursione armata di coloni nell’area di Nablus, il governo israeliano ha autorizzato nuovi insediamenti in Cisgiordania e contemporaneamente ha avviato una vasta operazione militare che ha portato a numerosi arresti tra la popolazione palestinese.
Sul piano politico interno, Benjamin Netanyahu si trova inoltre a dover preservare la maggioranza che sostiene il suo esecutivo in vista delle elezioni previste per ottobre. Per mantenere la coalizione, il primo ministro continua a fare affidamento sul sostegno dei partiti della destra nazionalista e religiosa guidati dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, figure considerate determinanti per la sopravvivenza del governo. Nel frattempo, secondo numerose denunce, gli episodi di violenza da parte dei coloni — tra incendi di abitazioni e terreni agricoli, devastazione di oliveti e attacchi ai villaggi palestinesi — continuano a suscitare forti preoccupazioni sul piano internazionale.
Il vertice tra Trump e Netanyahu si svolge dunque in un contesto estremamente delicato. Tra i principali dossier figurano la ricostruzione della Striscia di Gaza, il futuro della presenza militare israeliana nel Libano meridionale e soprattutto la questione iraniana. Proprio su quest’ultimo punto emergono le differenze più marcate tra i due alleati: Israele continua a privilegiare un approccio fondato sulla pressione militare e sulla possibilità di nuove operazioni contro Teheran, mentre l’amministrazione americana appare orientata a privilegiare il percorso diplomatico come principale strumento per contenere la crisi.
Alessandro Manna

