Napoli, la protesta dei riders: “Siamo lavoratori, dove sono i nostri diritti?”

Presidio di lotta dei ciclofattorini del cibo a domicilio davanti alla sede Rai

La vicenda di Luciano Lanciano, il Rider, il ciclofattorino del cibo a domicilio rapinato del motorino sabato scorso a Napoli, sta facendo emergere quanto sia poco tutelata questa categoria di lavoratori. Oggi un gruppo consistente di lavoratori e lavoratrici guidati, sostenuti dagli attivisti del sindacato indipendente, SiCobas e dal collettivo Iskra hanno organizzato un presidio di lotta e una conferenza stampa davanti alla sede Rai di Napoli.

Lo sfruttamento è all’ordine del giorno. Emerge il lato oscuro della cosiddetta economia delle piattaforme digitali. Il settore del cibo a domicilio tramite piattaforme digitale è in rapida espansione a livello mondiale. Solo in Italia le previsioni davano un giro d’affari in impennata passando tra 400 milioni di euro del 2016 fino 90 miliardi di euro nel 2020. In termini occupazionali si stima che sono ormai tra le 3000 e le 5000 le persone impiegate in questa attività, una buona parte delle quali ne trae la primaria fonte di reddito. Tanti lavorano senza contratti di lavoro, tanti sono costretti a stipulare contratti a termine capestro per il tramite agenzie interinali o ad aprirsi la partita Iva, diventare “autonomi” pur svolgendo un’attività di lavoro subordinato.  Le aziende che gestiscono il servizio sono nella stragrande maggioranza delle multinazionali. Azienda che  si comportano come caporali, padroni delle ferriere. Eppure, la legge 128 del 2 novembre 2019 stabilisce per i lavoratori l’introduzione di una paga oraria di 10 euro lorde come previsto dal contratto collettivo nazionale dei trasporti e logistica  e le tutele della subordinazione (ferie, malattia, Tfr) come già detto anche da una sentenza della Corte di Cassazione. “Non siamo schiavi, siamo umani. Meritiamo il vostro rispetto, una paga degna e le garanzie che ci spettano, quali lavoratori a tutti gli effetti. Basta ricatti” – evidenzia Antonio, un fattorino-rider di Napoli

Nel concreto, i rider, i ciclofattorini svolgono un’attività di logistica metropolitana collegata al settori della ristorazione e della Grande distribuzione organizzando  trasportando dagli esercizi commerciali “ordini” che il consumatore richiede tramite l’applicazione della piattaforma. Se da una parte l’app mette in collegamento domanda ed offerta, d’altra la piattaforma organizza, coordina e dirige tramite i dispositivi di comunicazione mobile l’attività materiale svolta dai fattorini indicando luoghi, orari e tipologia di attività. Anche gli stessi turni assegnati ai ciclofattorini sono decisi dall’azienda. Eppure, grazie anche alle possibilità per le piattaforme di muoversi incontrastati su uno spazio nuovo e quindi privo di un sistema di regole e di diritti  sono ridotti al minimo gli oneri economici e i “rischi d’impresa” finora assunti dalle multinazionali: gli stessi mezzi necessari (bici o scooter, smartphone e utenza telefonica) per svolgere le consegne sono di proprietà e a carico dei fattorini, mentre vengono fornite loro solo le uniformi e i “cubi” per trasportare il cibo con i colori e il logo dell’azienda, così producendo, pressoché gratuitamente, un costante e “involontario” lavoro pubblicitario».

 La retribuzione è sganciata da qualsiasi riferimento minimo ed elargita principalmente sulla base di un “cottimo” invece che sul tempo di lavoro messo a disposizione e va da 4 a 7 euro lordi/ora e da  1 a 2,6 euro/ “pezzo”, nessun monte ore è garantito, alcuna attrezzatura adeguata è fornita a tutela di salute e sicurezza, mentre una copertura assicurativa antinfortunistica di natura privata minima e comunque insufficiente è tutta da verificare. Per non parlare della completa libertà della piattaforme sull’utilizzo dei dati personali e di quelli prodotti con il lavoro e raccolti tramite app e geolocalizzazione; dell’utilizzo del rating basato su produttività, docilità e “reputazione” usato per “concedere” o meno la possibilità di lavorare; dall’assoluto misconoscimento dei diritti di natura sindacale quali il potersi riunire ed organizzare per far valere collettivamente i propri diritti e persino di poter confrontarsi se non individualmente con responsabili e dirigenti della piattaforma.

Recentemente è stato firmato accordo capestro dai titolari aziendali e l’Ugl, un sindacato di comodo per niente rappresentativo che ha dimezzato notevolmente i salari. Un accordo capestro  che impone condizioni peggiorative per tutti i lavoratori, mantenendo il cottimo e abbassando le tariffe di tutti: Ubereats su tutti, 1,99 euro a consegna con lavoratori in turno tutto il giorno che guadagnano poco o niente; Deliveroo che ha abbassato le paghe e tolto i turni, spingendo i fattorini a restare online ore ed ore senza guadagnare nulla; Glovo che ha portato la paga base da 2 euro ad 1,30 con la parte variabile per km che è passata da 0,63 a 0,50; ed infine JustEat che ha allungato le tratte e diminuito la paga minima, portata sotto i 6 euro. E i lavoratori sono stati costretti a sottoscrivere il contratto capestro per continuare a lavorare, percepire il salario, seppure un salario da fame e mettere il piatto a tavola.

Sulla vicenda è scesa in campo   “Comma 2 – lavoro è dignità”, associazione di avvocati giuslavoristi che ha depositato denunce-esposti alle procure di Roma, Torino, Napoli, Bologna e Milano e altre città italiane per il reato di estorsione con la richiesta “di provvedimenti cautelari che impediscano la prosecuzione del comportamento antigiuridico ed il compimento ulteriori di reati prima del 2 novembre” contro  le società che hanno inviato ai loro dipendenti  una comunicazione in cui testualmente scrivono: “Se non firmerai il nuovo contratto di collaborazione entro il 2 novembre, a partire dal giorno 3 novembre non potrai più consegnare per conto della nostra società poiché il tuo contratto non sarà più conforme alla legge. Se non desideri continuare a consegnare con la nostra società secondo i termini previsti dal Contratto collettivo nazionale di lavoro, questa e-mail costituisce il preavviso formale della risoluzione del tuo attuale contratto che terminerà il giorno 2 novembre 2020”.

Ciro Crescentini

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