Il nuovo articolo 9 bis anticipa la prescrizione e blocca i giudici sui salari insufficienti. M5S: «Una schifezza, faremo le barricate» Comma2: «Violato lo spirito della Costituzione»
Un colpo di mano. Silenzioso, calcolato e pericoloso. Nel cuore del decreto-legge ILVA, presentato come intervento d’urgenza per sostenere i comparti produttivi, il governo di destra prova a stravolgere anni di conquiste giurisprudenziali in materia di lavoro. Con un emendamento proposto dal senatore di Fratelli d’Italia Salvo Pogliese — commercialista, ex sindaco di Catania, oggi relatore del provvedimento — si tenta di introdurre l’articolo 9 bis, un cavallo di Troia legislativo che mina due capisaldi della giustizia del lavoro: il diritto alla prescrizione dei crediti e il principio di retribuzione dignitosa.
Emendamento nascosto, diritti cancellati
L’articolo 9 bis, infilato nel DDL n. 1561 che converte il decreto-legge n. 92 del 26 giugno 2025, contiene norme che, se approvate, cambieranno in profondità l’equilibrio tra lavoratori e datori di lavoro.
- Prescrizione anticipata dei crediti da lavoro
Oggi, secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale, il termine per la prescrizione dei crediti (stipendi non pagati, differenze retributive, ecc.) decorre solo dopo la fine del rapporto di lavoro, perché il dipendente, durante l’impiego, è in una posizione di debolezza e può temere ritorsioni.
L’emendamento, invece, stabilisce che la prescrizione decorre anche durante il rapporto di lavoro per aziende con più di 15 dipendenti (o 60 complessivi). Non solo: impone al lavoratore di fare causa entro 180 giorni dall’invio di una diffida.
In sostanza, un dipendente dovrebbe avviare un processo contro il proprio datore mentre è ancora in azienda, mettendo a rischio il posto di lavoro. Una norma costruita per indurre alla rinuncia. - Salari minimi? Solo se “gravemente inadeguati”
L’altro attacco è all’articolo 36 della Costituzione, che garantisce al lavoratore «una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e comunque sufficiente a garantirgli un’esistenza libera e dignitosa».
Grazie a recenti sentenze, i giudici possono oggi disapplicare contratti collettivi che prevedono stipendi troppo bassi rispetto a questo principio.
Ma il nuovo comma 3 dell’art. 9 bis vuole bloccare questa possibilità, permettendo al giudice di intervenire solo in caso di “grave inadeguatezza” della retribuzione.
E, come se non bastasse, il comma 4 prevede che anche quando il giudice riconosce la retribuzione illegittima, il datore non sarà obbligato a pagare le differenze passate, se il lavoratore non ha prima fatto una diffida.
M5S: «Una schifezza, faremo le barricate»
Durissima la reazione dei senatori del Movimento 5 Stelle, componenti delle commissioni Attività produttive e Lavoro del Senato. In una nota congiunta, Dolores Bevilacqua, Sabrina Licheri, Mariolina Castellone, Barbara Guidolin e Orfeo Mazzella denunciano: «Con uno spregiudicato colpo di mano, la destra getta la maschera e interviene ancora una volta contro lavoratrici e lavoratori. Lo fa “di nascosto”, proponendo, con un emendamento dei relatori al decreto Ilva, di inserire un articolo 9 bis che, dal punto di vista normativo, ribalta quanto statuito dalla Corte di cassazione e dalla Consulta.»
Proseguono:«Con tale emendamento si interviene non solo in materia di prescrizione dei crediti dei lavoratori, stabilendo che questi, in costanza di rapporto di lavoro, hanno 6 mesi di tempo per depositare un ricorso giudiziale se il datore è moroso. Un modo per indurre gli interessati a rinunciare ai propri diritti: chi mai si esporrà rischiando di perdere il proprio posto?»
E ancora: «FdI-Lega-FI arrivano persino a minare la corretta applicazione dell’art. 36 della Costituzione, imponendo che, in caso di contenzioso, il Giudice possa intervenire solo laddove venga accertata la “grave inadeguatezza” della retribuzione. Ma stiamo scherzando? Lo diciamo subito: faremo le barricate contro questa vera e propria schifezza. La ministra Calderone abbia un sussulto di dignità e non dia parere favorevole all’emendamento.»
Comma2: «Violato lo spirito della Costituzione»
Anche l’associazione Comma2, che riunisce esperti giuslavoristi e operatori del diritto del lavoro, ha diffuso un comunicato urgente, parlando senza mezzi termini di attacco normativo ai danni dei lavoratori: «La destra di governo getta la maschera e interviene contro lavoratrici e lavoratori e lo fa “di nascosto” per contrastare gli ultimi importanti arresti della giurisprudenza della Corte di cassazione e della Corte Costituzionale.»
Secondo l’associazione, la norma è incostituzionale: «È evidente che è un modo per indurre i lavoratori a rinunciare ai propri diritti.» E sul punto salariale: «Si tenta di neutralizzare la corretta applicazione dell’art. 36 della Costituzione. […] È la prima volta che il legislatore, di fatto, impedisce il pagamento di differenze di retribuzione dovute.»
La giurisprudenza che dà fastidio
Nel 2023 la Corte di Cassazione ha stabilito che, in presenza di salari inadeguati, i giudici possono ignorare i contratti collettivi se violano l’articolo 36 della Costituzione. Una svolta contro il lavoro povero. Con l’emendamento 9 bis, il Governo vuole disinnescare questa possibilità e limitare la giurisdizione in materia salariale.
Il disegno politico: isolare il lavoratore
Il messaggio è chiaro: chi lavora deve avere sempre più paura di difendersi. L’articolo 9 bis è una norma costruita per disarmare legalmente i lavoratori e proteggere chi sfrutta. È un attacco alla Costituzione, alla funzione della magistratura, ma soprattutto alla dignità di chi lavora.
È dovere di tutti — giuristi, sindacati, opposizione e stampa libera — denunciare questo attacco. I diritti non si toccano di notte e non si barattano nel nome della “produttività”. Questo non è un semplice emendamento tecnico. È un’ideologia antisociale scritta in linguaggio giuridico.
Red
