Proprietà pubblica, appalti milionari e prevenzione: il dibattito riaperto dal documento di Potere al Popolo
Ogni estate, puntuale come gli incendi che divorano boschi, colline e aree verdi da Nord a Sud del Paese, torna una domanda che cittadini e amministratori si pongono da anni: perché l’Italia continua a trovarsi impreparata di fronte all’emergenza fuoco? Per Potere al Popolo Torre del Greco la risposta è chiara e affonda le radici in una scelta politica precisa. «In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare».
È da questa considerazione che prende avvio la riflessione del movimento, che punta il dito contro il sistema di gestione della flotta nazionale dei Canadair, gli aerei antincendio utilizzati per contrastare i grandi roghi che ogni anno devastano migliaia di ettari di territorio.
Al centro della critica c’è il rapporto tra Stato e soggetti privati nella gestione di un servizio considerato essenziale per la sicurezza collettiva.
Secondo i dati richiamati nel documento, il Ministero dell’Interno e il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco avevano rinnovato per sette anni l’affidamento della gestione della flotta italiana di 18 Canadair CL-415 per un valore complessivo di 479 milioni di euro. Un contratto destinato alla multinazionale Avincis, gruppo internazionale specializzato nei servizi aerei di emergenza e già noto in passato come Babcock. Quasi mezzo miliardo di euro per gestire velivoli che restano di proprietà pubblica.
I Canadair, infatti, appartengono allo Stato italiano, ma piloti, manutenzione, logistica, rifornimenti e operatività quotidiana vengono affidati a una società privata. Un modello che negli anni è stato difeso dalle istituzioni come la soluzione più efficiente, ma che continua ad alimentare critiche da parte di chi ritiene che la protezione del territorio non possa essere subordinata a logiche di mercato.
La vicenda si è ulteriormente complicata dopo la decisione del Consiglio di Stato che, alla fine di aprile 2026, ha annullato la gara relativa all’appalto settennale. La contestazione riguarda la scelta di un lotto unico e le motivazioni ritenute insufficienti per non aver suddiviso il servizio in più lotti.
Pur avendo garantito la continuità operativa per la stagione estiva, il Viminale si è trovato costretto a fronteggiare una situazione che, secondo Potere al Popolo, dimostra tutte le fragilità dell’attuale sistema. «Perfino sul piano amministrativo questo modello mostra crepe, rigidità e opacità». Il punto centrale della contestazione riguarda però il meccanismo economico che regola il servizio.
Lo Stato versa un canone per garantire la disponibilità della flotta e riconosce inoltre un costo per ogni ora di volo effettuata. Secondo le stime riportate nel documento, il costo operativo di un Canadair può oscillare tra i 13 e i 15 mila euro l’ora, comprendendo carburante, equipaggio, manutenzione e infrastrutture di supporto.
Da qui nasce la critica più radicale. Secondo il movimento, il sistema finisce inevitabilmente per valorizzare l’intervento emergenziale più della prevenzione. Ogni incendio richiede missioni operative, ogni missione produce ore di volo e ogni ora di volo genera ulteriori compensi. «Più fuochi ci sono, più si vola, più l’azienda incassa.»
Una constatazione che, precisano gli autori del documento, non va letta in chiave complottistica ma come semplice conseguenza di un modello costruito attorno alla gestione dell’emergenza. In questo quadro assume particolare rilievo il tema della prevenzione.
Da anni istituzioni, associazioni ambientaliste e operatori del settore sottolineano come la grande maggioranza degli incendi abbia origine umana, sia per dolo sia per colpa o incuria. L’abbandono delle aree interne, la mancata manutenzione dei boschi, la carenza di controlli e l’assenza di una gestione costante del territorio contribuiscono ad aggravare il fenomeno.
Per Potere al Popolo, tuttavia, gli investimenti continuano a concentrarsi soprattutto sul momento in cui l’incendio è già scoppiato. «Continuare a investire soprattutto sull’intervento aereo significa accettare che il territorio bruci prima di muoversi.» La frase che sintetizza maggiormente questa impostazione è destinata a far discutere.«Prevenire significherebbe tenere gli aerei a terra. Ma gli aerei a terra non fatturano.»
Accanto alla questione economica emerge poi quella numerica. La flotta nazionale è composta da 18 Canadair CL-415, velivoli in grado di trasportare poco più di 6 mila litri d’acqua per missione. Un numero che il movimento giudica insufficiente per un Paese che ogni estate deve fronteggiare incendi su larga scala.
I dati delle stagioni più difficili sembrano confermare la pressione cui è sottoposto il sistema. Nel 2017 furono superate le 10.800 ore di volo complessive, mentre nel 2021 i Vigili del Fuoco ipotizzarono di arrivare a circa 8 mila ore contro le 3500 previste inizialmente.
Molti degli aeromobili oggi in servizio hanno inoltre alle spalle oltre due decenni di attività, essendo entrati in linea già nella seconda metà degli anni Novanta. Diciotto velivoli per un territorio fragile e vasto come quello italiano appaiono sempre più una coperta corta.
Quando uno degli aerei viene fermato per manutenzione straordinaria, la capacità operativa complessiva diminuisce ulteriormente. Secondo Potere al Popolo manca una vera flotta di riserva pubblica e manca soprattutto un progetto strategico che renda il Paese autonomo nella gestione dell’antincendio.
La motivazione più frequentemente utilizzata per giustificare il ricorso ai privati riguarda la disponibilità di personale altamente qualificato. Formare un pilota di Canadair richiede infatti anni di esperienza, migliaia di ore di volo e investimenti significativi. Ma anche questa spiegazione viene contestata. «Lo Stato potrebbe investire risorse pubbliche per costruire una scuola pubblica di pilotaggio antincendio, acquisire velivoli, formare tecnici e internalizzare manutenzione e competenze.»
Secondo il movimento, continuare ad affidarsi al mercato significa rinunciare a costruire una capacità nazionale permanente e accettare una dipendenza strutturale da soggetti esterni. La critica si estende infine alle politiche di prevenzione territoriale.Pulizia dei sottoboschi, fasce tagliafuoco, manutenzione delle aree rurali, sostegno all’agricoltura montana, monitoraggio costante delle aree a rischio e contrasto agli incendi dolosi vengono indicati come strumenti indispensabili ma troppo spesso trascurati.
Nel frattempo, ogni estate, il copione si ripete. Le fiamme avanzano, i Canadair decollano, i costi aumentano e il territorio continua a pagare il prezzo più alto.
Per Potere al Popolo il problema non riguarda soltanto il rinnovo della flotta o l’acquisto di velivoli più moderni e capienti. La questione è prima di tutto politica e riguarda il modello di gestione scelto dal Paese. «Bisogna uscire dalla logica dell’appalto a ore, riportare la gestione dei mezzi antincendio sotto il controllo pubblico e diretto dello Stato e investire nella formazione pubblica di piloti e tecnici.»
Una proposta che si accompagna alla richiesta di rafforzare il ruolo dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e di una struttura forestale radicata sul territorio e capace di operare durante tutto l’anno.
L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare la lotta agli incendi da risposta emergenziale a politica permanente di tutela ambientale. «Il territorio non si difende con i privati che guardano agli utili netti. Si difende con mezzi pubblici, gestiti da personale pubblico, al servizio esclusivo delle comunità.»
Una posizione netta che riapre il dibattito sul rapporto tra interesse pubblico e gestione privata delle emergenze ambientali e che, con l’arrivo dell’ennesima estate ad alto rischio incendi, promette di alimentare nuove polemiche sul futuro del sistema antincendio italiano.
Ciro Crescentini
