Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Cosa significa oggi essere competitivi, in un’epoca in cui le regole del gioco cambiano di continuo? Dal 2019 al 2025, il sistema produttivo italiano ha attraversato un vero campo minato: prima la pandemia, poi la crisi energetica, la guerra, l’inflazione, e ora i dazi americani e la frenata tedesca. In questo scenario turbolento, l’ISTAT ha fatto un lavoro fondamentale: con i suoi Rapporti annuali sulla competitività dei settori produttivi, ha tenuto il polso dell’economia reale. E ci ha aiutato a capire chi ha retto, chi ha ceduto e – soprattutto – dove possiamo (e dobbiamo) ricostruire.
La fotografia è chiara: l’Italia ha resistito, ma con evidenti squilibri. E se la resilienza è stata la parola d’ordine, Napoli e il Mezzogiorno si sono trovati, ancora una volta, in una posizione ambivalente: forti in alcuni comparti, fragili in altri, penalizzati da vecchi problemi e nuove emergenze.

Nel 2020, il PIL italiano crolla del 9%. Una batosta epocale. Ma la tenuta non è stata uniforme. Secondo i dati ISTAT, le regioni del Sud hanno visto un calo dell’occupazione doppio rispetto al Nord nei settori più colpiti: turismo, commercio, ristorazione. Napoli, città a vocazione terziaria e turistica, ha pagato un prezzo altissimo. Basti pensare che nel solo comparto alberghiero il tasso di attività è sceso sotto il 20% nei mesi più duri del lockdown. Eppure, proprio nei momenti di maggiore difficoltà, sono emerse energie inattese: imprese manifatturiere locali che hanno riconvertito produzioni, piccole realtà artigiane che hanno accelerato sul digitale, giovani imprenditori che hanno scommesso sul food delivery, sull’e-commerce, sul turismo esperienziale. Nel 2021 e 2022 il Sud riparte, ma lentamente. L’export nazionale cresce del +18% in due anni, ma l’area meridionale resta sotto la media. Solo la Campania, grazie a comparti come l’aerospazio e l’agroalimentare, tiene il passo, segnando +7,2% nel commercio estero regionale (fonte: ISTAT, Rapporto 2022). Napoli si conferma polo dinamico in alcuni settori ad alta specializzazione, ma soffre la debolezza infrastrutturale e la bassa intensità di capitale umano qualificato. I fondi del PNRR – se ben spesi – possono cambiare le carte in tavola. Eppure, come ricorda il Rapporto ISTAT 2023, la competitività non si costruisce solo con gli investimenti: servono reti, competenze, continuità. Il biennio 2022–2023 porta con sé una nuova sfida: i costi energetici. Il Sud, meno energivoro, ha risentito in parte minore degli aumenti (+15% la bolletta industriale media contro il +22% al Nord), ma ha mostrato una maggiore vulnerabilità nelle filiere: molte imprese napoletane dipendono da forniture estere difficili da sostituire. Inoltre, la stretta monetaria della BCE ha complicato l’accesso al credito per le micro e piccole imprese. A Napoli, dove il tessuto imprenditoriale è formato in gran parte da aziende con meno di 10 dipendenti, questo ha significato progetti congelati, margini erosi, investimenti rinviati.
Il Rapporto ISTAT 2025 ci consegna un quadro sfidante ma non disperato. L’Italia è il secondo partner UE per gli Stati Uniti, ma è anche tra i Paesi più esposti ai nuovi dazi. La Germania rallenta, e con essa rallentano le nostre esportazioni. Tuttavia, emergono segnali interessanti: le imprese meridionali che hanno puntato su digitalizzazione e sostenibilità mostrano un tasso di crescita del valore aggiunto superiore alla media (+5,3% contro +3,1%). Quelle napoletane che hanno internazionalizzato, oggi reggono meglio l’urto. Serve, dunque, una politica industriale più mirata. Serve accompagnare le imprese con strumenti agili, territori con infrastrutture moderne, giovani con formazione adeguata. Napoli, con la sua creatività e il suo capitale umano, può diventare laboratorio nazionale di competitività intelligente. Ma bisogna volerlo. E crederci, insieme.
Giovanni Di Trapani

