Contro i tagli e la militarizzazione per atenei pubblici e accessibili a tutti
Scioperano oggi le lavoratrici e i lavoratori precari delle università italiane. Una mobilitazione nazionale che ha visto la partecipazione della Flc Cgil, delle organizzazioni sindacali di base (USB, Cobas) e dei collettivi di studenti e precari universitari, uniti contro una situazione che continua a peggiorare. In piazza ci sono migliaia di assegnisti, borsisti, tecnologi, collaboratori a vario titolo e personale impiegato in appalti, in un sistema accademico che si regge ormai in gran parte sul lavoro a tempo determinato. Secondo i dati del sindacato, sono circa 40 mila le persone in condizioni di precarietà a fronte di 53 mila docenti strutturati. Un equilibrio sempre più instabile.

Al centro della protesta, la richiesta di una stabilizzazione ampia del personale precario, ma anche il rifiuto di ulteriori tagli al fondo ordinario di finanziamento degli atenei. La situazione è giudicata “insostenibile”, soprattutto in relazione alla gestione dei progetti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr): “Due terzi dei precari universitari sono legati a progetti Pnrr – spiega Luca Scacchi, responsabile docenza universitaria per la Flc Cgil – e se non si interviene subito, nel giro di due anni ci sarà il licenziamento di migliaia di persone, la loro espulsione dal mondo accademico”.
Una delle novità della piattaforma sindacale è la richiesta di estendere al sistema universitario i meccanismi di stabilizzazione previsti dalla legge Madia per i lavoratori a tempo determinato negli enti pubblici di ricerca. “Chiediamo l’assunzione diretta se il contratto è in essere e ottenuto tramite concorso, oppure l’accesso a concorsi riservati se il contratto è scaduto o ottenuto con altre modalità – aggiunge Scacchi –. Partiamo da due princìpi: i ricercatori sono lavoratori e devono essere trattati come tali; anche l’università, come gli enti di ricerca, è parte della pubblica amministrazione”.

Il sindacato propone un piano straordinario per bandire almeno 40 mila posizioni negli atenei pubblici: 25 mila ricercatori in tenure track (RTT), 5 mila tecnologi, 10 mila tecnici-amministrativi per reinternalizzare servizi e appalti, oltre a 5 mila contratti di ricerca finanziati ogni anno a livello nazionale. L’obiettivo: portare l’Italia più vicino agli standard europei sul rapporto docenti/studenti.
Lo sciopero raccoglie l’appello lanciato da numerose assemblee precarie nate negli atenei e nei centri di ricerca, ma si collega anche a battaglie più ampie: il no all’aumento delle spese militari, al piano RearmEU, alla militarizzazione della ricerca scientifica e al coinvolgimento degli atenei con le agenzie di intelligence.
Una vittoria: il ddl 1240 è stato fermato
Tra le rivendicazioni c’è anche il blocco di tutte le iniziative legislative che mirano a reintrodurre figure precarie cancellate dalla riforma del pre-ruolo universitario del 2022 (DL 36/2022). La Flc rivendica qui una prima vittoria: “Con l’Adi – racconta Scacchi – abbiamo presentato un esposto alla Commissione europea contro il ddl 1240, che mirava a reintrodurre l’assegno di ricerca con altri nomi. Il disegno di legge si è bloccato. Ma il governo non ha rinunciato: ci ha riprovato con un emendamento al decreto Valditara, che però è stato fortunatamente insabbiato”.

Università sottofinanziata: “Servono almeno 5 miliardi”
Altro nodo cruciale della protesta è l’aumento dei fondi destinati all’università. La Flc Cgil chiede un incremento di almeno 5 miliardi di euro in cinque anni del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), risorse indispensabili per finanziare il piano straordinario di assunzioni e per ridurre drasticamente le tasse universitarie.
“Con un’università sottodimensionata e sottofinanziata – accusa Scacchi – la ministra Bernini l’anno scorso ha tagliato il fondo ordinario e quest’anno ha cancellato un piano straordinario per il 2025-2026 che era già stato finanziato”.
Nel frattempo, si accende la polemica con il governo francese per il piano Macron volto ad attrarre i ricercatori in fuga dagli Stati Uniti. “Bernini ha detto che anche lei sta agendo, ma i 50 milioni citati sono fondi Pnrr già destinati all’assunzione di giovani ricercatori. È tutta un’altra cosa. Chi fugge dagli Usa non è per forza giovane, e comunque il problema vero è che in Italia si spende per l’università solo lo 0,70% del Pil, tra le percentuali più basse d’Europa. Così non saremo mai attrattivi”.
Uno sciopero per tutta l’università
“Questa mobilitazione – conclude Scacchi – non riguarda solo i precari, ma tutta la comunità universitaria. È per questo che stiamo lavorando alla costruzione di uno sciopero generale dell’intero sistema universitario”. Una mobilitazione che mira a ridisegnare dalle fondamenta il futuro dell’università pubblica in Italia: più stabile, più giusta, più finanziata“
A Napoli, iniziative di protesta e confronto
A Napoli, l’Assemblea Precaria Universitaria ha annunciato una serie di iniziative, a partire dalle 9 nei dipartimenti, che culmineranno in un’assemblea alle 11.30 nell’Aula Guarino della Federico II. A seguire, un pranzo sociale e un pomeriggio di confronto e protesta.
Un sistema che vive sullo sfruttamento
Le cifre parlano chiaro. In Italia, l’investimento in ricerca e sviluppo si ferma all’1,4% del PIL, contro una media europea del 2,1% e una media OCSE del 2,5%. Questa carenza di fondi alimenta un sistema universitario che si regge sul lavoro sottopagato e senza diritti: oltre il 50% del personale universitario lavora in condizioni precarie, spesso senza ferie, malattia o prospettive di stabilizzazione.
Emblematico il caso dei docenti a contratto, che ricevono al massimo 1600 euro lordi all’anno per svolgere insegnamenti, esami, ricevimento studenti e correzione tesi. Tutto questo senza alcuna garanzia né riconoscimento strutturale.
Contro la guerra, contro la svendita dell’università
Ma la protesta del 12 maggio va oltre la questione economica. È anche una mobilitazione politica e culturale. Le lavoratrici e i lavoratori precari denunciano la crescente militarizzazione degli atenei, le collaborazioni con industrie belliche e il ruolo complice delle università nei conflitti in corso, come quello a Gaza.
“Contro l’inquadramento del sapere nelle logiche della guerra e della produzione delle armi, rivendichiamo un’università votata ai bisogni delle comunità e allo sviluppo del pensiero critico”, afferma l’Assemblea Precaria Universitaria di Napoli.
Nel mirino anche la svendita dell’università pubblica ai privati, l’espansione incontrollata degli atenei telematici e le esternalizzazioni che colpiscono il personale tecnico e amministrativo.
Le rivendicazioni: fondi, stabilizzazioni, diritto allo studio
Il cuore della piattaforma dello sciopero è chiaro:
- Raddoppio dell’FFO
- Stabilizzazione del personale precario
- Fine delle esternalizzazioni
- Stop all’ANVUR e ai meccanismi premiali
- Un reale diritto allo studio, con borse, mense e alloggi gratuiti per studenti e studentesse
“Vogliamo vivere bene. Senza l’ansia di non poter pagare l’affitto a causa della fine di un progetto, senza dover abbandonare il nostro territorio, senza essere messi in competizione tra di noi”, concludono le e i precari in lotta.
Una lotta per tutti
Il 12 maggio è uno sciopero che riguarda tutta la società. Perché l’università pubblica è un bene comune. E chi la manda avanti oggi lo fa senza tutele, senza riconoscimenti, senza futuro. Ma non senza voce.
