Il pm Pinto proietta i video in aula bunker: sotto accusa 105 imputati tra agenti, medici e funzionari Dap
Il 6 aprile 2020, nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, si consumò una violenza di massa contro circa 300 detenuti. Durante la requisitoria – aperta nell’udienza del 29 giugno – il pubblico ministero Alessandra Pinto ha descritto quei fatti come una brutale spedizione punitiva volta all’annichilimento e alla deumanizzazione delle persone recluse, definendo le scene come intollerabili per uno Stato democratico.
L’operazione, nata come una perquisizione straordinaria all’indomani delle proteste per le restrizioni Covid, si tramutò in un susseguirsi disumano di percosse, colpi, derisioni e umiliazioni.
Nella ricostruzione dell’accusa, il pm Alessandro Milita insiste sulla tesi di un “disegno operativo unitario”, in cui anche la sola presenza passiva degli agenti che non usarono violenza contribuì a consolidare l’azione.
Questo orrore fu documentato fedelmente dalle telecamere di sicurezza dell’istituto, i cui filmati sono stati proiettati in aula dai magistrati nel corso della requisitoria nell’aula bunker.
Oggi, il maxi-processo vede alla sbarra 105 imputati tra agenti della Polizia Penitenziaria, funzionari del Dap e medici dell’Asl, con circa cinquanta posizioni gravate dall’accusa di tortura a causa delle ripetute sofferenze fisiche e psicologiche inflitte.
Dopo un’istruttoria dibattimentale durata oltre tre anni e mezzo, il processo si è chiuso ufficialmente nel giugno 2026.
Esauriti gli interventi dell’accusa, la parola passerà alle difese in attesa di una sentenza di primo grado prevista in Autunno. Nel frattempo, un filone parallelo con rito abbreviato ha potato già all’assoluzione definitiva di due agenti a Napoli per via dell’impossibilità di identificarne i volti nei video.
Il caso scosse nel profondo l’opinione pubblica, riaprendo un dibattito radicale sulla tutela dei diritti umani e sulla dignità all’interno delle carceri italiane.
La primavera del 2020 rimase impressa nella memoria collective per l’inizio dell’emergenza pandemica, ma dentro il penitenziario “Francesco Uccella” quella tensione globale assunse una declinazione claustrofobica. La paura del contagio e la sospensione dei colloqui surriscaldarono gli animi dei detenuti, sfociando in una protesta che l’amministrazione carceraria decise di reprimere il giorno successivo con un dispiegamento straordinario di forze.
Nelle prime udienze dell’estate 2026, l’aula bunker divenne il teatro di una ricostruzione visiva impressionante. Quando i pubblici ministeri proiettarono i video della videosorveglianza, il silenzio in aula si fece assoluto. Quei fotogrammi non rappresentarono semplici allegati digitali, ma costituirono la spina dorsale del processo: mostrarono detenuti fatti uscire in corridoio a testa bassa, costretti a subire una colonna di percosse, schiaffi e colpi di manganello.
L’accusa insistette molto sul concetto di “unitarietà del disegno operativo”. Secondo la tesi della Procura, l’azione non fu il frutto dell’impulsività di singoli agenti, ma un meccanismo orchestrato a cui parteciparono, anche solo con la propria presenza passiva e intimidatoria, tutti i membri del contingente. Anche chi non alzò materialmente le mani fu considerato partecipe di un’azione coordinata volta all’annichilimento psicologico dei ristretti.
Alessandro Manna

