Due roghi contemporanei riaccendono l’allarme nel Sannio. Errico chiede accertamenti e più monitoraggio
C’è un momento in cui il fuoco smette di essere soltanto un’emergenza e diventa una domanda. Una domanda che sale dal fumo, attraversa le valli e arriva alle istituzioni: quanto ancora dovremo vedere bruciare prima di decidere che la prevenzione viene prima delle ceneri?
Il 22 settembre il Taburno-Camposauro è tornato a bruciare. Due incendi hanno interessato contemporaneamente l’area, minacciando anche l’Eremo di San Michele Arcangelo. Ore di lavoro per Vigili del Fuoco, Carabinieri Forestali, Protezione Civile, squadre antincendio, tecnici e volontari. Il bilancio di una stagione già drammatica, secondo i dati richiamati in queste ore, parla di 150 incendi e oltre 217 ettari percorsi dalle fiamme nel territorio beneventano.
Numeri che rischiano di diventare freddi se dimentichiamo cosa rappresentano. 217 ettari non sono una cifra. Sono alberi, habitat, animali, suolo, sentieri, paesaggio. Sono il volto della nostra terra annerito in poche ore. Sono decenni di natura cancellati dalla fiamma.
E davanti a questo disastro è impossibile non provare rabbia. Ma proprio la rabbia deve diventare responsabilità. Se qualcuno ha appiccato questi incendi, spetta alle autorità individuarlo e inchiodarlo alle proprie responsabilità. La contemporaneità dei roghi rende necessario verificare ogni elemento, ogni traccia, ogni possibile dinamica. Servono indagini rapide, rigorose e capaci di arrivare fino in fondo.
È la stessa esigenza sottolineata in Consiglio regionale da Fernando Errico, esponente di Forza Italia, che ha chiesto di «fare piena luce sull’origine degli incendi» e di rafforzare contestualmente prevenzione e monitoraggio del territorio.
Errico ha ricordato il lavoro svolto durante l’emergenza da Vigili del Fuoco, Carabinieri Forestali, Protezione Civile, Carabinieri, tecnici e operai del Servizio Antincendio Boschivo della Regione Campania, insieme ai mezzi aerei regionali e ai Canadair. Un ringraziamento doveroso a chi, mentre il fuoco avanzava, era sul terreno a combatterlo.
Ma l’emergenza, ha sottolineato l’esponente di Forza Italia, non può essere il punto di arrivo. Bisogna ora accertare l’origine dei roghi e ogni eventuale responsabilità, valutare gli interventi per il recupero degli habitat danneggiati e rafforzare «il monitoraggio, la manutenzione delle aree boschive e tutte le azioni di prevenzione necessarie a ridurre il rischio di nuovi incendi».
È esattamente qui che si misura la capacità delle istituzioni. Perché spegnere un incendio è indispensabile. Impedire che divampi è ancora più importante.
Il Taburno non può essere sorvegliato soltanto quando compare una colonna di fumo. Servono sistemi permanenti di monitoraggio, controllo delle aree più esposte, manutenzione della viabilità forestale, punti d’acqua efficienti, tecnologie per la rilevazione precoce dei focolai e un coordinamento costante tra Comuni, Regione, Parco e forze impegnate nella prevenzione.
E quando un incendio risulterà doloso, se questo sarà accertato dalle indagini, chi ha distrutto il patrimonio naturale dovrà rispondere duramente delle proprie responsabilità.
Perché un bosco non è un pezzo di terra qualsiasi. Per il Sannio il Taburno è memoria, identità, appartenenza. È il paesaggio dentro cui siamo cresciuti. Quando brucia una montagna, brucia qualcosa che appartiene a tutti noi. E allora basta fotografie delle ceneri accompagnate da indignazione per un giorno.
La vera sfida comincia quando il fumo si dirada. Bisogna controllare. Prevenire. Indagare. Manutenere. Educare. Investire. E soprattutto non rassegnarsi all’idea assurda che ogni estate debba consegnarci un altro pezzo di Sannio carbonizzato. Il fuoco può distruggere in poche ore ciò che la natura costruisce in decenni. La nostra indifferenza, invece, potrebbe distruggerlo per sempre.
Ciro Crescentini
