Davanti al Parlamento irlandese la relatrice speciale Onu riferisce testimonianze di detenuti su torture e violenze sessuali. Nel mirino anche il ruolo dell’Europa.
Le denunce sulle condizioni dei prigionieri palestinesi e un nuovo appello all’Europa riaccendono il confronto sulle responsabilità internazionali nella guerra in Medio Oriente. A portare la questione davanti al Parlamento irlandese è stata Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, che ha pronunciato parole durissime contro le politiche israeliane, riferendo anche di presunti episodi di violenza sessuale nelle carceri.
Nel corso dell’audizione davanti alla Commissione per gli Affari europei dell’Oireachtas, tenutasi martedì 3 novembre, Albanese ha richiamato l’attenzione sulle testimonianze raccolte tra i detenuti palestinesi, descrivendo un sistema di abusi che, secondo quanto denunciato, comprenderebbe anche forme estreme di violenza sessuale. Tra gli episodi riferiti figurerebbero aggressioni compiute con l’impiego di cani addestrati.
«Lo si capisce leggendo le testimonianze di persone che sono state torturate, violentate, violentate da cani addestrati in Paesi europei», ha dichiarato la relatrice, chiamando in causa anche il coinvolgimento della filiera commerciale europea. Un’accusa accompagnata da parole altrettanto esplicite: «Gli europei traggono profitto dalla vendita di cani che stuprano le persone». Si tratta di denunce gravissime, che richiedono accertamenti indipendenti e verifiche sulle responsabilità eventualmente coinvolte.
Albanese ha inserito queste testimonianze in un quadro più ampio di violenze contro la popolazione palestinese, soffermandosi in particolare sulla condizione dei minori. «Israele ha sempre ucciso bambini, attraverso esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e persino stupri», ha affermato, contestando la condotta delle autorità israeliane e denunciando la sistematicità degli abusi.
Ma il messaggio rivolto ai parlamentari irlandesi non riguardava soltanto la situazione nelle carceri. La relatrice ha chiesto a Dublino di utilizzare il proprio peso politico all’interno dell’Unione europea per promuovere un cambiamento concreto della linea comunitaria nei confronti di Israele. L’Irlanda, in vista della prossima presidenza del Consiglio dell’Ue, potrebbe infatti diventare un interlocutore decisivo per sollecitare una maggiore iniziativa degli Stati membri.
«L’Unione europea è complice di ciò che Israele sta facendo con la colonizzazione di quel che resta della Palestina», ha sostenuto Albanese, invitando i governi europei a superare le dichiarazioni di principio. Il suo appello è diretto: «Cambiare rotta in modo decisivo se vogliono preservare l’ordine giuridico internazionale».
La denuncia si estende anche alla devastazione di Gaza, dove le operazioni militari e le condizioni di vita della popolazione civile continuano a rappresentare uno dei nodi centrali della crisi. Per Albanese, non è più sufficiente esprimere preoccupazione: occorrono iniziative politiche e giuridiche capaci di incidere sulle condotte contestate e di garantire la protezione dei palestinesi.
A rendere ancora più personale il suo intervento è stata infine la dichiarazione sui rischi legati al proprio incarico. «Non posso che essere sincera: sto mettendo a rischio la mia vita e quella dei miei familiari. Almeno lasciatemi dire la verità», ha affermato davanti ai parlamentari.
Parole che rilanciano una questione scomoda per Bruxelles: fino a che punto l’Europa è disposta a trasformare i richiami al diritto internazionale in decisioni concrete? È su questo terreno che Albanese chiede agli Stati membri di assumersi le proprie responsabilità.
Ciro Crescentini
