Riceviamo e volentieri pubblichiamo
A proposito di autonomia differenziata, tre motivi utili da mettere a fuoco.
Primo: cittadinanza e Costituzione. La persona al centro della Costituzione, il diritto di cittadinanza presuppone il principio dell’eguaglianza sostanziale, dell’inclusione e della non discriminazione. La cittadinanza nazionale è tale perché deve superare l’esclusione e il privilegio. Nascere a Milano piuttosto che a Napoli non sarà più la stessa cosa, non si partirà più con le stesse opportunità, la differenza sarà indotta da una griglia di servizi pubblici minimi “disuguali”. Lo squilibrio dell’autonomia differenziata richiama direttamente al principio della regionalizzazione di un diritto inalienabile, infungibile, necessario, quale la cittadinanza declinata in Costituzione, ovvero diritto paritario senza confini geografici. Il diritto alla cittadinanza “scivola” dal nucleo essenziale del principio di uguaglianza a mera declinazione soggettiva, ovvero si “formerà” sul territorio in cui si nasce e si vive. Quindi, si passa dall’uguaglianza alla differenza tra parti del paese.
Secondo: unità/rivalità. Chi propone questo ha la piena consapevolezza di un passaggio epocale per il Mezzogiorno: dallo squilibrio territoriale, storicamente determinato, all’abbandono a se stessi di territori, persone, rappresentanza, partecipazione. Questo Stato unitario, sia pure proposto in una complessità (plurale e differente), mantenuto in piedi da un presunto modello di sviluppo avanzato, ha marginalizzato intere fasce di popolazione costrette ad una condizione di “sviluppo economico della povertà” (Italie, di Giuseppe Ferraro e Orlandino Greco). Piuttosto che risolvere questo con un sistema di vantaggi reciproci, di caratterizzazioni territoriali di comunità paritarie e indipendenti (e non inter-dipendenti), si preferisce l’isolamento, la divisione. Tutto ciò ha una stretta relazione tra l’autonomia reclamata e la determinazione delle scelte economiche. Dalle concessioni/elargizioni (sussidi, finanziamenti una tantum, sgravi, etc.) alla competizione tra aree. Dalla sottomissione alla rivalità. Tutta qui (o quasi) la giustificazione della divisione tra i territori. Ovviamente sostituendo la “cassa pubblica”, cioè modificando la distribuzione (sostanziale) delle risorse statali che avrebbero dovuto garantire equità ed orizzontalità, oltre alla parità di accesso, tra nord e sud, tra queste “due Italie”.
Terzo: il territorio da luogo geografico a soggetto sociale. Il sud deve imparare a fare sistema prima con se stesso e poi con la restante Italia. Il maggiore dei limiti fin qui conosciuti è che ognuno sembra andare per proprio conto. Dalle politiche culturali a quelle economiche strategiche, dallo sviluppo delle relazioni commerciali (via mare e via terra) agli aeroporti, dai luoghi d’arte alla valorizzazione dei prodotti tipici. La rinuncia, di fatto, a centri decisionali e sedi di produzione ha permesso una nuova colonizzazione di processi positivi. Si sceglie lontano, si produce per altri, da cittadini si diventa sudditi, da titolari di diritti si passa a questuanti. Salta il legame tra territorio e scelta, tra decisione e luogo fattivo. Si allargano i termini dell’esclusione sociale, o sei dentro un meccanismo che si deve subire o sei tagliato fuori. Ormai si è passati dalla partecipazione all’informazione, tutti comunicano ma nessuno decide. Il territorio va riarticolato in funzione delle donne e degli uomini che lo vivono, dei bisogni e delle esigenze che si configurano su di esso, si deve caratterizzare per quello che si decide di essere, far avanzare ciò che è utile per la comunità. Insomma, trasformarsi in soggetto sociale capace di creare emancipazione, solidarietà, opportunità.
Partiamo da queste tre riflessioni per declinare un nuovo meridionalismo assumendoci la responsabilità di mettere in campo una proposta politica alternativa, non omettendo il nodo di una classe dirigente da formare e poi proporre.
Raffaele Carotenuto



