Riceviamo e pubblichiamo volentieri una nota di Raffaella Nolasco, napoletana, sociologa, giornalista, figlia di un lavoratore morto sul lavoro.
Smettetela di chiamarle :”Morti bianche”. Con questa definizione si indica la dipartita dei neonati in culla, improvvisa, per la quale nessuno ha colpa. “Omicidio”, questo è il termine adatto ai decessi degli operai sui luoghi di lavoro e, per questi crimini, i colpevoli esistono e sono chiaramente identificabili. La mano assassina è quella di coloro i quali, deliberatamente, eludono ogni più elementare norma di sicurezza e lo fanno intenzionalmente, mossi dalla sete di denaro, in nome del profitto, con lo scopo preciso di massimizzare gli utili e ridurre a l’osso i costi. L’operaio è manovalanza, è forza lavoro, una matricola sul cedolino paga. Quel “numero” è uno fra tanti. Vite, a centinaia, spazzate via in un attimo.
Donne e uomini bruciati, schiacciati, precipitati nel vuoto. Anime di cui, nella migliore delle ipotesi, si parlerà per tre minuti al tg, il tutto accompagnato dalla solita retorica della politica che promette battaglia e giustizia che, invece, non arrivano mai. Di questi eroi sventurati, ci si dimentica presto, il giorno dopo. Il dolore, quello vero, resta nel cuore e nella mente di chi ha salutato il proprio padre, la propria madre, marito o moglie, figlio, usciti di casa, magari all’alba, per andare a lavorare e li ha rivisti lividi, spenti, senza respiro su un letto di acciaio. Anni di udienze, avvocati, giudici, ogni volta la lama affonda nella ferita, sempre più profonda. Rabbia e devastazione. Processi decennali che si concludono, quasi sempre, con un nulla di fatto. Aziende che dichiarano fallimento per non subire ammende (per poi riaprire semplicemente cambiando ragione sociale); responsabili del servizio di prevenzione e protezione intoccabili, dirigenti che risultano “estranei ai fatti”.
Tantissimi i decessi rimasti impuniti. Persone muoiono ammazzate e la colpa sembra non essere di nessuno. Operai uccisi nell’adempimento del proprio dovere di cittadini e uomini liberi, che hanno come unica “colpa” quella di aver vissuto in un’era dove la dignità del popolo viene calpestata quotidianamente. Quando nessuna giustizia viene fatta per i morti ammazzati dal lavoro, quando gli operai continuano a perdere la vita con numeri da bollettino di guerra, ogni parola, ogni promessa pronunciata da chi dovrebbe garantire legalità e preservare l’incolumità della forza motrice del Paese, suona ridicola. Una presa in giro. Il primo maggio, ancora di più.
E allora, basta retorica! In uno Stato di diritto, il lavoro non può e non deve essere morte e distruzione. Gli assassini che ancora mietono vittime, vanno puniti senza se e senza ma. Della sicurezza sul lavoro occorre ricordarsene occorre ricordarsene non un giorno all’anno, ma sempre; in ogni sede istituzionale, in ogni confronto politico, in ogni seduta parlamentare. Fino all’ultimo respiro non perdonerò chi 21 anni fa ha ammazzato mio padre in una grigia e cupa fabbrica; non avrò rispetto per chi consente che questa strage continui. Non può esserci clemenza per chi agisce accecato dal denaro , nessuna giustificazione, perché le nostre vite valgono più dei profitti di qualsiasi padrone. Per ogni goccia di sangue operaio versato, pretendo la più esemplare delle pene. Solo allora potremo sentirci tutti cittadini liberi.
Raffaella Nolasco

