Riceviamo e pubblichiamo integralmente
L’Alleanza Atlantica non è mai stata così estesa. Ma dietro i nuovi ingressi si allarga anche la frattura tra gli alleati. Cresce, sì, ma senza direzione comune. Mentre si stringono le file a Nord, si allentano i legami a Ovest: la NATO è oggi un’architettura imponente, ma attraversata da tensioni interne, strategie divergenti e un alleato – gli Stati Uniti – sempre più distratto.
Nata nel 1949, la NATO fu il braccio armato del Patto Atlantico. Ma più che una macchina da guerra, era una formula politica: sicurezza europea in cambio di primato americano. Washington garantiva protezione militare, l’Europa ricostruiva sotto l’ombrello del Piano Marshall. L’articolo 5 – “tutti per uno” – fu sin dall’inizio più simbolo che realtà. Ma funzionò: dissuase Mosca senza sparare un colpo.
Con la caduta del Muro di Berlino, la NATO non si è dissolta. Ha mutato pelle. Sparito il nemico, ha cercato una nuova missione. Ha iniziato ad allargarsi: prima verso Est (Polonia, Ungheria, Paesi baltici), poi fuori area (Kosovo, Afghanistan). Ha stretto partnership globali, ma ha perso coesione. Gli USA alternavano slanci e ripiegamenti a seconda dell’inquilino della Casa Bianca. L’Europa parlava di difesa comune, ma restava dipendente. E intanto, sullo sfondo, tornava la Russia.
L’invasione russa del 2022 ha ridato una funzione alla NATO: finalmente un nemico, finalmente deterrenza. Ma dietro la compattezza di facciata si sono riaffacciate le crepe. L’ingresso di Finlandia e Svezia ha ampliato il fronte Nord e raddoppiato la frontiera diretta con Mosca. Ma sul caso ucraino si è vista l’Alleanza dell’incertezza: armi a singhiozzo, veti incrociati, leadership a geometria variabile. La “morte cerebrale” evocata da Macron nel 2019 non è più una provocazione. È una diagnosi che molti temono di confermare.
L’incognita più grande resta il legame transatlantico. Se nel 2025 dovesse tornare Trump – o chi ne condivide l’impostazione isolazionista – l’equilibrio fondativo dell’Alleanza rischia di saltare. L’ipotesi di una NATO “a due velocità” è ormai concreta: un nucleo stretto a Washington, e una periferia più autonoma, forse integrata alla difesa europea. Ma sarebbe ancora la stessa Alleanza?
L’Italia continua a dichiararsi fedele al vincolo atlantico. Partecipa alle missioni NATO – dall’Est Europa al Mediterraneo – ma resta priva di una strategia autonoma. Apolide sul piano strategico, silente su quello politico, Roma rischia di restare spettatrice mentre l’Europa discute il suo futuro militare. Il bivio è chiaro: contribuire alla ridefinizione dell’Alleanza o restare ancorati a un patto che traballa. È una scelta che va oltre il militare. È culturale, geopolitica, e prima o poi sarà economica.
Ha garantito settant’anni di stabilità. Ma oggi non basta più evocare l’articolo 5 o aprire nuove basi. La sicurezza collettiva richiede condivisione politica, risorse comuni e scelte strategiche chiare. La NATO può ancora sopravvivere. Ma solo se smette di raccontarsi come garanzia automatica e torna ad essere una scelta. Strategica, democratica, consapevole.
Giovanni Di Trapani

