Una strategia vecchia come il mondo, ma sempre efficace: inventare il male per vendere la guerra
“La Russia combatte per il proprio futuro”. È un Vladimir Putin deciso, quasi programmatico, quello che torna a parlare del conflitto in Ucraina, mentre denuncia con fermezza le responsabilità dell’Occidente. I soldati russi impiegati nell’“operazione militare speciale” vengono definiti “eroi”, ma il cuore del messaggio presidenziale va oltre il fronte di guerra: è un attacco diretto al sistema NATO e alle sue reali motivazioni.
“La NATO continua a ripetere che c’è una minaccia da parte della Russia, con una possibile invasione da parte nostra: è un’invenzione”, afferma Putin.
Una dichiarazione che può sembrare propaganda, se isolata. Ma inserita nel contesto geopolitico degli ultimi trent’anni, assume una valenza concreta: la Russia, dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, è stata progressivamente accerchiata. Quindici Paesi ex sovietici o satelliti di Mosca sono entrati nella NATO. Basi militari, installazioni radar e sistemi antimissile sono stati dislocati lungo tutti i confini occidentali della Federazione Russa. Non è una narrazione: è una mappa.
“La NATO sta provocando una militarizzazione globale e una nuova corsa agli armamenti”, denuncia ancora il presidente russo.
Un’accusa che rimbalza nei palazzi europei come provocazione, ma che rivela una verità scomoda: la crescita esponenziale dei budget militari occidentali è un affare enorme per le lobby dell’industria bellica, soprattutto statunitense. La “minaccia russa” – amplificata sistematicamente da media e think tank vicini ai governi – serve a legittimare questo fiume di denaro pubblico verso imprese private.
In questo scenario si inserisce anche l’annuncio più preoccupante: l’avvio della produzione in serie del missile Oreshnik, un ordigno ad alta tecnologia già testato in Ucraina e che, secondo Mosca, può colpire “qualsiasi città europea” sfuggendo a ogni difesa. Una dichiarazione che suona come monito, ma anche come sintomo della spirale di escalation in cui il continente si trova intrappolato.
Intanto, Putin riceve il vice ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, e ne approfitta per rilanciare un’altra accusa pesante all’Occidente:
“Contro l’Iran c’è stata un’aggressione assolutamente non provocata. Priva di basi o giustificazioni”, afferma, consolidando un’alleanza tra Mosca e Teheran costruita su interessi comuni e su un nemico condiviso.
In Occidente, intanto, il clima è di mobilitazione. Parlano di “difesa”, ma dietro le dichiarazioni ufficiali c’è un riarmo massiccio che arricchisce i colossi delle armi. Lockheed Martin, Raytheon, Rheinmetall, Thales, Leonardo: le loro azioni volano, mentre i cittadini europei e americani pagano il prezzo, economico e sociale, della militarizzazione.
Negare il processo di accerchiamento della Federazione e la costruzione strategica del “nemico russo” significa accettare acriticamente una narrazione funzionale al potere militare-industriale occidentale.
CiCre
