Lo sviluppo turistico può diventare una risorsa solo se tutela l’identità urbana e contrasta la deriva della “disneyficazione”, restituendo ai cittadini centralità, diritti e futuro
La discussione attorno al turismo che attraversa Napoli negli ultimi anni si è radicata su due direttrici: da un lato la consapevolezza di una presenza turistica crescente, talvolta invasiva, che può compromettere l’equilibrio urbano e la qualità della vita dei residenti; dall’altro la narrazione più recente, diffusa soprattutto da media stranieri, secondo cui la città sarebbe vittima di una sorta di disneyficazione, ridotta a stereotipo folkloristico, destinata a compiacere uno sguardo esterno che nulla sa della sua storia profonda. Questa seconda rappresentazione, per quanto fatta oggetto di riflessione critica e talvolta di denuncia nelle sedi istituzionali, richiede una presa di posizione netta. Napoli non è, e non può essere trasformata, in un parco a tema. La sua identità — stratificata, complessa, plurale — non si esaurisce né nella pizza fritta né in un presepe da cartolina buono solo per i social. Soprattutto, non può venire accostata, neppure metaforicamente, a un universo immaginario di topi e papere: riduzione caricaturale che offende secoli di civiltà, produzione culturale, resistenza sociale, contributo alla modernità europea.
È doveroso riconoscere che l’overtourism esiste e agisce. La moltiplicazione incontrollata di B&B, la conversione degli alloggi residenziali in strutture ricettive senza piano regolatore adeguato, l’aumento vertiginoso dei canoni di locazione, lo spopolamento di alcune zone del centro storico, sono evidenze ormai tangibili. Non è un fenomeno da sottovalutare, perché incide sui diritti fondamentali: il diritto alla casa, il diritto alla città, il diritto alla continuità delle comunità locali.
Napoli ha già vissuto processi di espulsione sociale e di emigrazione forzata: non può permettersi che la corsa al profitto turistico riapra ferite non ancora rimarginate. Ma ammettere la realtà di un turismo insostenibile non significa accettare che la risposta a questa crisi sia la svalutazione simbolica della città. La chiave, invece, è ribadire la centralità della sua identità storica e culturale come elemento propulsivo di ogni politica di pianificazione turistica. Le strategie di marketing territoriale più avanzate non puntano sulla maschera folklorica, ma su ciò che definisce una comunità nel lungo periodo: patrimonio artistico, ricerca scientifica, innovazione sociale, produzione culturale contemporanea, apertura internazionale. È su questo terreno che Napoli eccelle, quando riesce a raccontarsi senza compiacere gli stereotipi ma mostrandosi per ciò che realmente è: capitale mediterranea dalla vocazione globale, crocevia di popoli e di idee, laboratorio sociale vivo.
In questo percorso assume un ruolo decisivo il nuovo ecosistema digitale che orienta la visibilità delle destinazioni. Gli algoritmi che “vedono” i territori — e li definiscono attraverso i contenuti che raccolgono, amplificano o sfruttano a fini commerciali — non sono neutri. Se l’immagine algoritmica di Napoli viene sovra-alimentata da rappresentazioni di consumo rapido, fatte di folklore semplificato e di cliché gastronomici, la percezione globale della città si piega alla logica del mercato istantaneo e perde profondità. Per questo diventa urgente una governance pubblica del racconto digitale: non censoria, ma orientativa. Politiche turistiche, comunicazione istituzionale e strategie culturali devono convergere per offrire agli algoritmi dati diversi, più complessi, più autentici.
È necessario riequilibrare ciò che la rete vede e trasmette: dare centralità all’arte contemporanea, al sistema universitario, al patrimonio archeologico, alle imprese creative, all’eredità storica che ha fatto di Napoli una delle più antiche metropoli d’Europa. Questa visione implica anche un intervento regolatorio più deciso, che tuteli la funzione abitativa dei quartieri centrali e garantisca l’accessibilità della città ai suoi stessi abitanti. Il turismo può essere una straordinaria risorsa economica, ma solo se resta compatibile con la vita quotidiana dei residenti e se non alimenta nuove forme di disuguaglianza. Per dirla con chiarezza: non esiste sviluppo turistico senza giustizia urbana.
Napoli non è un brand in cerca di un packaging più accattivante. È una polis che rivendica il diritto di definire sé stessa. Contrastare l’overtourism significa proteggere la città reale, quella dove si nasce, si vive, si lavora, si lotta per la dignità, e non quella ridotta a sfondo per selfie. Difendere Napoli dalla disneyficazione non è un atto nostalgico, né una battaglia culturale conservatrice: è una sfida politica per il futuro. Perché l’identità non è un freno, ma un asset strategico. E perché una città senza inerzia storica, senza comunità, senza appartenenza, finisce per essere solo uno scenario. Napoli, invece, è ancora — e vuole continuare a essere — una città viva.
Giovanni Di Trapani
