Archiviata l’inchiesta che l’ha travolta, la titolare di Taverna Santa Chiara si riprende la parola: «Chi lotta per la giustizia non deve chiedere scusa».
Due mesi sono passati dal 3 maggio. Due mesi complicati, ma anche straordinari per la solidarietà ricevuta. Nives Monda sceglie oggi di guardare avanti e raccontare pubblicamente quel che ha vissuto. In un lungo post su Facebook, che è insieme riflessione, ringraziamento e presa di posizione, la ristoratrice e attivista napoletana fa il punto su una vicenda che ha superato i confini della cronaca per diventare questione politica e civile.
«Per dire di cose complesse, ci vogliono le parole giuste», scrive. «Le parole povere le usa chi fa propaganda e chi usa la propaganda ha già perso in partenza: a parte qualche like sui social, non si confronta onestamente con le cose della realtà. E la disonestà, anche se vogliono farci credere il contrario, non paga.»

Oggi, dice, è tempo di ringraziare. A cominciare dai soci — Giovanna, Potito, Antonio — e dai lavoratori della taverna, Giovannella, Luca, Tony, Elian, Fernando, «che sono stati esposti alla gogna mediatica ma che hanno dovuto continuare anche a fare il duro lavoro di gestire l’attività sotto attacco». Monda riconosce che la solidarietà ricevuta, seppur preziosa, ha riguardato lei più che i suoi collaboratori. «Per loro è stata più dura», ammette.
Poi ringrazia la sua famiglia, «che mi ha sostenuto con amore e con la sobrietà e i valori che ci sono propri», e la comunità cittadina che le è rimasta accanto. Gratitudine anche agli avvocati Domenico Ciruzzi, Stella Arena, Gaia Barone, Paolo Conte, «competenti e affettuosi, in una parola: umani», e a Slow Food Campania, che l’ha sostenuta fin dall’inizio come cuoca dell’Alleanza.
Ma il racconto di Nives Monda non si ferma alla dimensione personale. Tocca le radici della sua scelta pubblica: «Noi siamo gente di lavoro che si occupa di cibo, e chi si occupa di cibo sa cosa sono le ingiustizie: molte di esse sono dietro ciò che mangiamo». È in questo quadro che si inserisce la decisione, condivisa con la sua attività, di aderire alla campagna BDS e dichiararsi SPLAI (spazio libero dall’apartheid israeliana). «Conoscevamo le storie dei soprusi che subiscono i contadini e le contadine palestinesi. Così come siamo contro lo sfruttamento del lavoro e le discriminazioni nella produzione del cibo, non possiamo non condannare il genocidio del popolo palestinese a Gaza.»
Una presa di posizione netta, ma che non vuole eroi né protagonismi. «Non considerateci eroi ed eroine. Ci sono altre persone che fanno continuamente e di più da tempo. Sono i palestinesi e le palestinesi napoletane, di prima e seconda generazione, come le compagne e i compagni del Centro Handala Ali, che hanno portato la mozione al consiglio comunale del 2 luglio, insieme ad alcuni consiglieri che l’hanno appoggiata. Sono le realtà di base che si raccolgono nella Rete Napoli per la Palestina, è la Comunità palestinese campana, sono i docenti e gli studenti che nelle nostre università hanno preso posizione contro le complicità istituzionali con la ricerca e le produzioni in campo bellico.»
E aggiunge un monito: «I palestinesi e le palestinesi rischiano sulla loro pelle quando si espongono e vanno tutelati. Come va tutelata, nella sua autonomia e nella sua persona, la rapporteur speciale presso l’ONU per i diritti del popolo palestinese, Francesca Albanese, e tutti i giuristi che si espongono da tempo in azioni costanti di denuncia, come Luigi Daniele, che voglio ringraziare personalmente per il sostegno.»
A Napoli, racconta Monda, qualcosa si è finalmente mosso. Il consiglio comunale ha approvato una mozione che impegna il sindaco a rescindere gli accordi con imprese, università e strutture complici con lo Stato di Israele. «Ora dobbiamo monitorare che l’impegno venga mantenuto. Purtroppo da questo sindaco e questa giunta abbiamo avuto prova di insensibilità, se non di irresponsabilità istituzionale, quando non siamo stati protetti dall’odio e dalle diffamazioni.» Una mancanza di tutela che oggi, sottolinea, può essere rivendicata anche «in forza di legge».
«La questione palestinese interessa la città di Napoli così come riguarda tutte le amministrazioni democratiche: se a Gaza si compie un genocidio, e se il governo israeliano continua forzosamente con le annessioni illegali delle terre, questo indebolisce il diritto internazionale e costituisce un rischio per tutte e tutti. Le persone lo sanno e non vogliono esser più complici. Perciò tante voci si alzano.»
C’è poi un’ultima questione, quella della disinformazione e della manipolazione da parte di certi media. «Purtroppo continuano a dare parziali verità oppure a sostenere autentiche falsità. Su quest’ultimo aspetto parleremo con i fatti e faremo i fatti. Chi ha usato il proprio ruolo per consegnarci alla gogna mediatica dovrà renderne conto. Nel frattempo, non presteremo il fianco ai detrattori. Non lo abbiamo mai fatto.»
Nives Monda ritorna infine sulla denuncia che ha dato il via al caso mediatico: una presunta discriminazione ai danni di due clienti. Ma il decreto di archiviazione è chiaro: «Non c’è stata alcuna discriminazione etnica, razziale o religiosa». L’intervento della ristoratrice è stato una critica politica, precisa il giudice, e non è stato né violento né minaccioso. «Anzi, come recita puntualmente la richiesta di archiviazione, sono stati da me criticati per la responsabilità morale, con riferimento alla morte dei bambini palestinesi, in ragione delle operazioni militari del governo di Israele, che essi non hanno mai condannato durante la discussione. Anzi. Hanno sostenuto (urlato) che i sionisti devono andarsi a prendere la terra. E questa affermazione cosa è se non una chiara ammissione di complicità con la politica genocidaria?»
Il GIP — conclude Monda — ha chiarito tutto. E anche lei chiude, per ora: «Non credo ci sia altro da aggiungere. Per ora.»
Ciro Crescentini

