Il Rapporto su Laurea e Occupazione mostra il forte divario retributivo che spinge sempre più giovani a lasciare l’Italia
I dati del XXVIII Rapporto AlmaLaurea su “Laurea e Occupazione”, presentati all’Università della Basilicata e ripresi dal Sole 24 Ore, raccontano un quadro chiaro: per molti giovani laureati italiani, l’estero rappresenta una scelta non solo professionale ma soprattutto economica.
A cinque anni dal titolo, infatti, chi lavora fuori dall’Italia arriva a percepire stipendi mediamente superiori di circa il 60% rispetto ai colleghi rimasti nel Paese. Un differenziale che si conferma sia a breve sia a medio termine e che contribuisce a spiegare la crescente mobilità dei laureati italiani verso altri mercati del lavoro europei.
L’indagine si basa su un campione molto ampio: circa 335 mila laureati del 2025 analizzati nei loro percorsi formativi e quasi 700 mila intervistati per valutare gli esiti occupazionali a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo. Il consorzio AlmaLaurea coinvolge complessivamente 81 atenei italiani.
Sul piano della formazione, il profilo che emerge è quello di un sistema con alti livelli di soddisfazione, ma anche con alcune criticità strutturali. Le donne rappresentano il 59,6% dei laureati complessivi, ma restano meno presenti nei percorsi STEM, dove si fermano al 40,5%, un dato sostanzialmente stabile da circa dieci anni. Il 60,4% degli studenti conclude gli studi nei tempi previsti, mentre il resto accumula ritardi. Chi si laurea in corso ha una probabilità di occupazione superiore del 14,1% rispetto a chi sfora i tempi.
L’età media al conseguimento del titolo è 26,3 anni e il voto medio finale si attesta a 102,8 su 110. L’esperienza universitaria viene valutata positivamente dalla grande maggioranza: l’89,1% dichiara un livello elevato di soddisfazione e il 72,1% sceglierebbe nuovamente lo stesso corso e lo stesso ateneo.
Dal punto di vista occupazionale, i segnali sono complessivamente positivi. A un anno dalla laurea, lavora già l’81,2% dei laureati triennali e l’80,8% di quelli magistrali. A cinque anni, il tasso di occupazione dei laureati magistrali o a ciclo unico raggiunge il 94,4%, il livello più alto registrato negli ultimi quindici anni.
Le differenze tra discipline restano però marcate: i percorsi più forti sul mercato del lavoro sono quelli in medicina, sanità e farmaceutica, seguiti da ingegneria industriale e dell’informazione, informatica e ICT, oltre ad architettura e ingegneria civile. Più difficoltà si registrano invece per laureati in psicologia, ambito artistico e design e giurisprudenza.
Anche le retribuzioni mostrano un’evoluzione graduale. Dopo un anno, lo stipendio medio netto si aggira intorno ai 1.491 euro per i laureati triennali e 1.495 euro per i magistrali, con una lieve flessione reale rispetto all’anno precedente. Dopo cinque anni, la media sale a 1.796 euro per i primi e a 1.903 euro per i secondi. Restano evidenti le differenze per area disciplinare, genere e soprattutto territorio: gli uomini guadagnano in media 67 euro netti in più al mese rispetto alle donne e hanno una probabilità di occupazione superiore del 13,7%, mentre chi vive nel Nord ha quasi il 35% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede nel Mezzogiorno.
È però il confronto internazionale a risultare più incisivo. Tra i laureati italiani che lavorano all’estero, una quota tra il 3,7% e il 4,5% a seconda della distanza dalla laurea, emergono stipendi significativamente più alti. A un anno dal titolo, chi si trasferisce guadagna in media 2.290 euro netti al mese, contro i 1.452 euro di chi resta in Italia (+57,6%). A cinque anni, la distanza si amplia ulteriormente: 2.941 euro all’estero contro 1.840 in patria, con un vantaggio vicino al 60%.
Le destinazioni principali sono soprattutto europee: Germania, Svizzera, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito concentrano la maggior parte dei laureati emigrati.
Il dato più significativo riguarda però le aspettative future: il 37% di chi si trova all’estero giudica “molto improbabile” un rientro in Italia, mentre un ulteriore 31,5% lo considera “poco probabile”. Un segnale che indica come la mobilità non sia solo temporanea, ma spesso destinata a trasformarsi in una scelta stabile di vita e carriera.
Ciro Crescentini
