L’arresto dei 7 anziani ex brigatisti: lo Stato non vuole chiudere le ferite degli anni di piombo

Il 20 aprile, su Le Monde, era apparso appello di scrittori e intellettuali che invitavano a non rimpatriare gli esuli politici 

La notizia l’aspettavano da giorni. L’arresto questa mattina in Francia di sette italiani, sette anziani, sette ex militanti delle Brigate Rosse ricercati in Italia per terrorismo, che da anni vivevano nel paese transalpino materializza quanto paventato giorni fa in un appello sottoscritto da diversi intellettuali e scrittori francesi. Il timore che con la presidenza Macron stesse definitivamente per chiudersi la stagione della cosiddetta “dottrina Mitterand”, ovvero l’accoglienza data a ricercati per fatti di terrorismo in Italia, una misura che l’ex presidente aveva messo in pratica (ma che mai era stata tradotta in legge) per chiudere le ferite degli anni di piombo.

Il 20 aprile, su Le Monde, era apparso questo appello di scrittori e intellettuali. “Gli esuli politici italiani in Francia“. L’appello invitavano a non rimpatriare gli “esuli politici” italiani in Francia riaffermando appunto la “dottrina Mitterrand”. A suscitare l’allarme degli intellettuali francesi era stato il colloquio recente tra la ministra della Giustizia Marta Cartabia e il suo omologo francese Dupond-Moretti.  La Guardasigilli aveva consegnato una lista con undici nomi di italiani latitanti, di cui quattro condannati all’ergastolo e accolti in Francia secondo quanto aveva deciso l’allora presidente socialista all’Eliseo.

Riaffermare la `Dottrina Mitterrand` sugli esuli politici – si leggeva nel titolo – non significa dare all`Italia lezioni in materia di giustizia“.

Nell’appello si leggeva: “Sono arrivati in Francia per la maggior parte all`inizio degli anni `80, più di quarant`anni fa. Hanno partecipato all`enorme ondata di contestazione politica e sociale che ha profondamente segnato l`Italia durante il decennio successivo al 1968. Provenivano da gruppi (politici) diversi, avevano dietro di sè storie diverse ed erano tutti perseguiti dalla giustizia italiana per la loro attività  politica. Sono stati protetti da quella che è stata definita “dottrina Mitterrand”, poichè in certi casi le condizioni di funzionamento della giustizia italiana, dettate dalla necessità  di dare una risposta urgente alle derive terroriste della contestazione sociale, lasciavano paradossalmente temere che tutte le garanzie di equità  non fossero rispettate; poichè, più in generale, gli esiliati italiani avevano dichiarato pubblicamente che abbandonavano la loro militanza politica, che consideravano tramontata la loro attività  politica, e che rinunciavano alla violenza”.

La dottrina Mitterrand – proseguiva l’appello – “non è un testo scritto, non ha valore che come decisione politica. Ma si fonda su un ragionamento che è stato riaffermato in seguito da molti governi, sia di destra che di sinistra, e che a noi pare valga la pena che sia senza dubbio ricordato. (Tale dottrina) non è mai consistita nel sottrarre dei colpevoli a una giusta pena, né nel rimettere in questione il diritto di uno Stato di far valere il proprio sistema giuridico. E` piuttosto consistita nel proporre de facto un meccanismo di assunzione di una decisione politica di fronte alla lacerazione dolorosa e generalizzata della coesione di un Paese, e dal momento che il contesto politico di tale lacerazione sembra dissolversi, di costruzione di una unità  e di una ritrovata pacificazione

Trasformare il dolore in conoscenza Quindi (la dottrina) non pone una questione di casi individuali, bensì prende atto di una frattura che si è verificata, di cui ha constatato la violenza e che pare ormai superata: si pone il problema della ricomposizione di tale frattura. Non cancella le colpe e le responsabilità, non nega la storia passata. Permette semplicemente al paese di ricominciare a vivere, e indubbiamente agli storici di poter cominciare a fare il loro mestiere, cioè  a trasformare il dolore lancinante in conoscenza” – sottolineava l’appello.

Nel caso degli anni di piombo una simile eventualità  si è prospettata ed è stata vicino a realizzarsi a opera dell`Italia stessa, alla fine degli anni 1990, poichè si doveva dichiarare chiuso un capitolo – ancora una volta non per dimenticare, ma per permettere al Paese di liberarsi del (peso di) un periodo ormai passato e di consegnare agli storici il compito di farne la storia. Tale opportunità  sotto forma di proposta di una amnistia politica non è stata colta; era collegata a un progetto di riforma costituzionale che non ha mai visto la luce

La guerra è finita.  Oggi i militanti italiani arrivati (in Francia) all`inizio degli anni 1980 hanno quaranta anni di più. Hanno ormai superato l’età del pensionamento. Sono diventati giornalisti, ristoratori, medici, grafici, documentaristi, psicologi. Hanno avuto figli e nipoti. Hanno continuato a ripetere che la guerra era finita, che da tempo si sentivano lontani da quello che erano stati, senza tuttavia mai rifiutare di ammettere le loro responsabilità

Avevano voluto il bene, la giustizia, l`eguaglianza, la condivisione, la solidarietà. Hanno avuto la tragedia. Ne ammettono la responsabilità ma hanno reso le armi da quarant’anni e tutta la loro vita successiva ne è testimone. E’ a questi uomini e a queste donne che a 40 anni di distanza si chiedono i conti. Non da un punto di vista morale – ciascuno di loro ci ha già  riflettuto a lungo – ma in nome di una giustizia che decreta che il perdono equivale all`oblio, che un’amnistia è sempre un tradimento, che la riconciliazione vale meno della riapertura delle piaghe. Riaprire le piaghe, fare in modo che la storia non passi.

Riaffermare la dottrina Mitterrand oggi non significa in alcun modo dare all`Italia lezioni in materia di giustizia. Significa semplicemente ricordare che la politica si fa anche, e soprattutto, al presente, che è suo dovere costruire le condizioni di un futuro condiviso, e che la concezione della giustizia come puro strumento di vendetta anche dopo quaranta anni è contraria a ciò  che noi continuiamo a ritenere un funzionamento illuminato della democrazia” Tra i primi firmatari dell’appello: Ariè Alimi, avvocato, Etienne Balibar, filosofo, Annie Ernaux, scrittrice, Luc Boltanski, sociologo, Pierre Girard, professore di italianistica,Nicolas Guillot, storico, Bertrand Guillarme, professore di filosofia politica e sociale Bernard E. Harcourt, professore di diritto e di scienze politiche,S andra Laugier, professoressa di filosofia, Dominique Maraninchi, professore di cancerologia, FrÃderique Matonti, professore di scienze politiche Jean Musitelli, ex consigliere diplomatico e portavoce di Francois MItterand, Judith Revel, professoressa di filosofia

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