La Lombardia e il Sud le regioni più colpite, con oltre 5.700 medici mancanti e liste d’attesa sempre più lunghe
La sanità territoriale italiana sta attraversando una trasformazione critica, e il primo segnale evidente è la crescente difficoltà nel trovare un medico di famiglia. Sempre più cittadini si trovano senza un punto di riferimento stabile, oppure sono costretti a rivolgersi a professionisti lontani o già sovraccarichi di assistiti.
Secondo le analisi della Fondazione Gimbe, il deficit nazionale ha ormai raggiunto circa 5.700 medici di medicina generale, con forti squilibri tra le diverse regioni. La situazione più tesa si registra in Lombardia, dove mancano oltre 1.500 professionisti e dove quelli in servizio seguono mediamente almeno 300 pazienti in più rispetto ai livelli considerati sostenibili. A seguire, ma con distacchi significativi, si trovano Veneto e Campania.
Il problema non è improvviso, ma il risultato di un deterioramento progressivo. Dal 2019 al 2024 il numero di medici di base è calato di oltre 5 mila unità, con una riduzione superiore al 14%. Nello stesso arco di tempo, però, la domanda di assistenza è aumentata sensibilmente, trainata soprattutto dall’invecchiamento della popolazione. Nel 2025 gli over 65 sfioravano i 14,6 milioni, e più della metà conviveva con almeno due patologie croniche.
A rendere il quadro ancora più complesso è l’imminente ondata di pensionamenti: entro il 2028 oltre 8.000 medici di famiglia lasceranno l’attività. Un ricambio che il sistema, allo stato attuale, non è in grado di compensare.
Il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, individua le cause profonde in una programmazione inefficace e in una perdita di attrattività della professione. Negli ultimi anni, infatti, le istituzioni hanno adottato soluzioni emergenziali: innalzamento dell’età pensionabile fino a 72 anni, aumento del numero massimo di assistiti per medico e coinvolgimento degli specializzandi con incarichi fino a mille pazienti. Interventi che tamponano l’emergenza, ma non ne risolvono le radici.
Uno degli aspetti più critici riguarda i parametri organizzativi, rimasti sostanzialmente invariati rispetto a decenni fa. Il limite teorico di 1.500 assistiti per medico era compatibile con una popolazione più giovane e con bisogni sanitari meno complessi. Oggi, invece, l’aumento delle malattie croniche e della fragilità richiede tempi, competenze e risorse ben maggiori.
I dati più recenti mostrano una pressione crescente: all’inizio del 2025 i medici di base gestivano quasi 51 milioni di pazienti, con una media di circa 1.383 assistiti ciascuno. Un valore che, secondo Gimbe, potrebbe essere persino sottostimato. In queste condizioni, il principio della libera scelta del medico diventa sempre più teorico, e trovare un professionista disponibile vicino casa è spesso difficile, anche nelle aree urbane.
Il problema del ricambio generazionale aggrava ulteriormente la situazione. Dopo un picco di oltre 4.300 borse di studio nel 2021, finanziate durante l’emergenza pandemica, i numeri sono tornati a scendere, arrivando a poco più di 2.200 nel 2025. Ma il nodo principale è un altro: in molte regioni, soprattutto del Nord, i posti disponibili non vengono nemmeno coperti, segno evidente di un calo di interesse verso questa carriera.
Anche nelle ipotesi più ottimistiche – pensionamenti posticipati e piena copertura delle borse – il saldo resterà negativo. Una parte significativa dei medici in formazione, inoltre, non conclude il percorso. Da qui al 2028 si prevede comunque una carenza di oltre 2.700 professionisti, con forti disparità territoriali. La Campania, ad esempio, concentrerà più di mille pensionamenti nei prossimi anni.
Nel dibattito pubblico, però, l’attenzione continua a concentrarsi su questioni parziali, come il modello contrattuale dei medici. Secondo Cartabellotta, il vero nodo è più ampio: occorre ripensare il ruolo stesso del medico di famiglia, dalla formazione all’organizzazione del lavoro, fino alla sua integrazione con ospedali e servizi territoriali.
Senza una riforma strutturale, il rischio è che il medico di base – da sempre porta d’ingresso al Servizio sanitario nazionale – diventi un punto di blocco. E quando questo accade, le conseguenze ricadono soprattutto sui più fragili: anziani e pazienti cronici, sempre più spesso costretti a rivolgersi ai pronto soccorso già congestionati o, nei casi peggiori, a rinunciare alle cure.
Alma

