Riceviamo e pubblichiamo integralmente una riflessione del Prof Giovanni Trapani
In un panorama mondiale segnato da incertezze e rallentamenti, c’è una parte del mondo che cresce e si muove, spesso fuori dai radar dell’informazione dominante. È il cosiddetto Sud globale — un insieme variegato di Paesi che va dall’Africa all’America Latina, dal Sud-Est asiatico al Medio Oriente — oggi protagonista silenzioso ma decisivo della nuova geografia economica del pianeta.
Secondo le stime della Boston Consulting Group e delle Nazioni Unite, nei prossimi cinque anni circa il 70% dell’espansione del PIL globale sarà generato proprio da queste economie emergenti. Un contributo enorme, pari a circa 55 trilioni di dollari: l’intero valore dell’economia mondiale all’inizio degli anni Duemila. È il segnale più evidente che qualcosa si è mosso, in profondità, negli equilibri della globalizzazione.
Nel 2023, il Sud globale rappresentava già il 42% del PIL mondiale, il 44% delle esportazioni e quasi i due terzi della popolazione globale. Dietro questi numeri ci sono fattori strutturali che continuano ad alimentare la crescita: un rapido processo di urbanizzazione, una demografia giovane e in espansione, nuovi investimenti in infrastrutture, tecnologie e una classe media in forte crescita. In molte capitali di questi Paesi, le gru nei cantieri sono il simbolo più evidente di una trasformazione in corso.
Tuttavia, il cammino non è privo di ostacoli. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni per il 2025, portando la stima di crescita dal 4,3% al 3,7%. Pesano l’aumento dei costi del debito, condizioni finanziarie internazionali più rigide e tensioni geopolitiche con le economie avanzate. Eppure, la tendenza resta solida e di lungo periodo.
Emblematico è il caso dell’Africa, dove una popolazione giovane e in crescita sta diventando una risorsa strategica. Progetti ambiziosi come la Zona di libero scambio continentale africana (AfCFTA) mirano a rafforzare i legami economici interni, aprendo nuovi orizzonti per gli investimenti internazionali. Ma anche in Asia, India e Indonesia si affermano come nuovi poli di sviluppo e innovazione, capaci di attrarre capitali e competenze.
Non è solo una questione di crescita economica. Il Sud del mondo chiede anche un ruolo politico più rilevante. I Paesi BRICS — Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica — ora allargati a nuove economie emergenti, spingono per una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, proponendo una visione più multipolare e cooperativa.
È dunque in atto una transizione che va ben oltre le cifre del PIL. Il baricentro economico si sta spostando verso Sud, e con esso anche le leve del potere globale. Per comprenderlo basta guardare alla mappa degli investimenti, ai corridoi infrastrutturali, alle nuove alleanze economiche. Il futuro, insomma, non parla più solo con accento americano, europeo o cinese. Sempre più spesso, ha la voce di Dakar, San Paolo, Giacarta o Johannesburg.
Non si tratta di una sfida tra Nord e Sud, ma della possibilità — reale — che il mondo possa evolversi verso equilibri più giusti e rappresentativi. Per chi guarda alla politica, all’economia o semplicemente al domani, capire questa trasformazione è oggi più che mai necessario. Perché, al di là delle semplificazioni, il futuro non è già scritto. Ma si scrive — sempre più — a Sud.
Prof Giovanni Di Trapani
