Referendum, Costituzione e fragilità del sistema politico italiano
Aria di libertà, è quella che si respira dopo la vittoria del no al referendum sulla giustizia.
Non si tocca la Costituzione di questo paese a colpi di maggioranza, un dettato chiaramente antifascista non può essere “manomesso” da chi i conti con “quella” storia non li ha ancora chiusi.
Tre riflessioni su questo voto referendario appena conclusosi.
La prima riguarda l’affluenza ai seggi. Da oggi possiamo dire che non è vero che i cittadini (sovrani) sono disinteressati alla politica, ma a questa politica. Qui infatti non si votavano i partiti, ma si difendeva la Costituzione, un interesse primario e fondamentale colto appieno dagli oltre 14 milioni che hanno espresso il no. Quindi, il problema di disaffezione e allontanamento è verso una certa politica, o meglio la cattiva politica, quella che ha largamente e spudoratamente sacrificato l’interesse generale, quella cosa che potrebbe e dovrebbe cambiare i destini personali delle persone ma che da tempo ha accantonato, rinunciando ad esercitare il proprio ruolo.
La seconda, il referendum doveva servirecome grimaldello per cambiare la forma dello Stato. Premierato, riforma elettorale e autonomia differenziata rappresentano il sottotitolo al disegno di questo Governo. Un esercizio del potere muscolare, il fascino dell’uomo (o donna) solo al comando, un’Italia divisa e nessun rapporto stringente tra elettori ed eletti.
Questo referendum, dolenti o nolenti, si è ritrovato usato contro il Governo Meloni. Non è vero che non esisteva in esso una insita portata politica generale, oltre ai quesiti vi era un vero e proprio stress test per il centrodestra. Se avesse vinto il sì la premier si sarebbe sentita legittimata a portare avanti lo stesso percorso sulla giustizia culminato con il referendum. Se quel metodo avesse continuato a funzionare, l’avrebbe moltiplicato poi ancor più con:decido io, evito il Parlamento, non mi confronto con chi la pensa diversamente.Ma non è andata così, il NO ne ha declassato ogni rosea previsione.
Gli errori della guida meloniana sono stati diversi e non pochi, a partire dall’asservimento ed il controllo della comunicazione politica al paese. In questa espressione di voto la Meloni, a mio avviso, ha pagato l’imbarazzo/silenzio sui morti di Gaza, l’interventismo americano con l’invenzione del Board of Peace (dove il ministro degli esteri si presenta con il cappellino di Trump per origliare chi decide), su ciò che sta accadendo in Medio Oriente.E non ultimo ha pagato per un vergognoso decreto-legge varato il 18 marzo sulle accise che vale 20 giorni di calendario, strizzando l’occhio alle compagnie petrolifere che imperterriti continuano tutt’ora a speculare sui prezzi dei carburanti.
La terza parte, invece, da una domanda. Se adesso si votasse per le elezioni politiche vincerebbe il centrosinistra? Direi proprio di no, e per più di un motivo. Intanto è sempre più facile stare dalla parte del no quando bisogna immaginare certezze su chi dovrebbe guidare il paese. Ma soprattutto perché oggi il centrosinistra non ha un leader, un programma, un pensiero alternativo sulla politica estera, sulle politiche per il lavoro, sull’esercizio concreto della solidarietà e l’inclusione sociale.
Renzi e Bonelli scelgono referenti di classe diametralmente opposti, Calenda e Conte sono agli antipodi. Il campo largo, allo stato, è un’invenzione non strutturata, che non parla ancora a nessuno, men che mai è percepito sui territori. Un mettersi insieme per remare contro, non per essere o fare qualcosa. Questa è la percezione che arriva. Salario minimo, reddito di cittadinanza, Unione Europea, flessibilità del lavoro non trovano un comune denominatore in questo campo, le distanze nelle politiche economiche e sociali sono visibili. Insomma, riformismo e radicalità non trovano pace.
Infine, uno sguardo più allargato sul Sud. Mantiene il dato complessivo di votare meno rispetto al resto del paese, anche se stavolta la fiammata per il no ha fatto la differenza.
Un male endemico, una disaffezione perenne, ma l’indagine questa volta è più seria. Probabilmente, il Mezzogiorno è allergico a questo Stato, ma tendenzialmente refrattario anche alle forme di cambiamento. Se l’Italia è un paese che tende alla conservazione, il Sud talvolta è la culla fino in fondo di questo versante.
Diverso è stato per questo referendum che non era una riforma della giustizia, come si è inteso far passare, ma più un regolamento di conti tra politica e magistratura, senza scendere nel merito dei limiti e dei diritti dell’uno e dell’altro potere. Il campo riflessivo rimane aperto, non può che essere così.
Raffaele Carotenuto

