L’ex sindacalista dell’USB e esponente di Potere al Popolo vittima di un embargo totale da parte di Meta dopo la pubblicazione di un testo critico contro il governo israeliano
Dal 26 agosto scorso, i profili social Instagram e Facebook di Giorgio Cremaschi — storico sindacalista dell’USB ed esponente di Potere al Popolo — sono stati completamente sospesi da Meta. L’embargo è totale: l’ex sindacalista non può pubblicare contenuti, accedere ai post altrui o interagire in alcun modo, come se la sua presenza digitale fosse stata cancellata da un giorno all’altro.
La misura è arrivata a seguito di una notifica da parte di Instagram che accusava il suo account di non rispettare gli “Standard della community in materia di persone e di organizzazioni pericolose”. Trattandosi di piattaforme collegate, la stessa sanzione è scattata in contemporanea su Facebook.
Dopo aver inoltrato i ricorsi e avviato interlocuzioni con i canali di supporto automatizzati, a Cremaschi è stato comunicato che il suo profilo è diventato un “caso complesso” sotto l’esame di un revisore umano, con tempi di attesa che potrebbero protrarsi per diverse settimane. Una situazione paradossale, se si considera che un blocco precedente, avvenuto il 18 agosto, era stato risolto dall’algoritmo in appena ventiquattro ore, a conferma che i filtri automatici contro odio e turpiloquio non avevano riscontrato alcuna violazione.
La denuncia di Cremaschi: “Sui social non si contesta un fatto, si colpisce la persona”
La riflessione di Cremaschi mette in luce la profonda differenza tra il giornalismo tradizionale e le regole opache del web: “Non c’è alcun post citato al riguardo e questa è la differenza con il vecchio mondo dell’informazione. Lì le contese avvengono su un fatto preciso: hai scritto, hai detto questo, o smentisci o passi guai. Sui social, su quelli Meta in particolare, non funziona così: non è una singola comunicazione che viene condannata, ma sei proprio tu. Naturalmente si può ben ipotizzare cosa abbia scatenato il censore.”
Il post incriminato: “Cacciatori di bambine e bambini”
La sospensione è arrivata a stretto giro di posta dalla pubblicazione di un intervento molto duro sul conflitto in Medio Oriente, corredato dall’immagine di un bambino di Gaza con un aquilone. Di seguito il testo integrale pubblicato da Cremaschi:
CACCIATORI DI BAMBINI. Non fate volare gli aquiloni altrimenti uccidiamo.
Questo l’ultimatum che Netanyahu ha rivolto agli abitanti di Gaza. E i genitori hanno deciso di proibire ai figli di giocare con gli aquiloni. Si sa, le minacce di Israele vanno prese sul serio, perché ai bambini i soldati IDF sparano e alcuni di essi se ne vantano pure.
Anni fa ebbe un grande successo il libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, che raccontava della proibizione degli aquiloni nell’Afghanistan dei Talebani. Che ora pare ci abbiano ripensato.
Invece oggi il volo degli aquiloni a Gaza è proibito dal governo israeliano, con la motivazione ufficiale che potrebbe essere usato da Hamas per sue azioni.
La verità è che Israele perseguita e uccide i bambini palestinesi perché vuole cancellare il futuro del loro popolo. Non sono solo cacciatori di aquiloni ma cacciatori di bambini, con il sostegno e la complicità di governanti, politici e giornalisti occidentali.
La stretta sul dissenso e sulla questione palestinese
Secondo l’analisi dell’ex sindacalista, il vero obiettivo della censura non sono presunti comportamenti pericolosi, ma la volontà politica di silenziare chi denuncia pubblicamente i crimini commessi a Gaza e in Palestina: “Chi sarebbero dunque le persone o le organizzazioni pericolose? Sicuramente chi come me denuncia i crimini degli israeliani, che magari si offendono particolarmente se li si paragona ai Talebani. Sappiamo che ovunque sui social vengono censurate le immagini del genocidio a Gaza e in Palestina. Troppa violenza è la motivazione, non in chi la compie, ma in chi la fa conoscere.”
La vicenda riapre il dibattito sul crescente controllo esercitato dai giganti della Silicon Valley sulla libertà di espressione politica, soprattutto in un momento in cui la mobilitazione per la Palestina trova larghi spazi di dissenso nelle piazze, ma incontra barriere sempre più rigide e opache all’interno delle piazze digitali.
Quali garanzie di trasparenza dovrebbero esistere per evitare che la moderazione dei contenuti si trasformi in uno strumento di censura politica?
Ciro Crescentini
