Un incarico strategico, una retribuzione pesante e il problema del conflitto d’interessi percepito
Il Consiglio dei Ministri ha ratificato la nomina di Antonino Geronimo La Russa alla presidenza dell’Automobile Club d’Italia. Un atto formalmente corretto, ma politicamente ingombrante. La guida di un ente pubblico strategico viene affidata al figlio del presidente del Senato, Ignazio La Russa, aprendo l’ennesimo capitolo di una gestione del potere che solleva interrogativi profondi sul confine tra legittimità e opportunità.
Antonino Geronimo La Russa, 45 anni, avvocato milanese, era stato eletto dall’assemblea nazionale dell’ACI il 9 luglio 2025 con oltre il 78% dei voti. Dopo le dimissioni di Angelo Sticchi Damiani, rimasto in carica per tredici anni, l’ente ha trovato rapidamente un nuovo vertice. La formalizzazione è arrivata il 29 gennaio 2026, su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, d’intesa con i ministri Andrea Abodi e Matteo Salvini, secondo un iter previsto dalla legge. Nulla da eccepire sul piano procedurale. Molto di più, invece, sul piano politico e istituzionale.
L’ACI non è un club automobilistico né un organismo marginale. È un ente pubblico che gestisce il Pubblico Registro Automobilistico, controlla undici società, possiede il 75% di Sara Assicurazioni e governa l’Autodromo di Monza. Conta 1,2 milioni di soci e muove bilanci da centinaia di milioni di euro. Metterne alla guida il figlio della seconda carica dello Stato non è una scelta neutra.
Lo stipendio del nuovo presidente non è stato comunicato, ma il precedente vertice percepiva un’indennità annua di 126800 euro lordi. Una cifra che con ogni probabilità sarà confermata o superata, senza considerare i benefit e i compensi legati agli altri incarichi all’interno del perimetro ACI, retribuiti separatamente. Un dettaglio che rafforza la percezione di un sistema chiuso, impermeabile alle prediche sulla sobrietà e sulla meritocrazia.
Sul piano del curriculum, Antonino Geronimo La Russa può vantare una lunga presenza nel settore: presidente dell’Automobile Club di Milano, già vicepresidente nazionale ACI, fondatore di ACI Storico, dal dicembre 2025 membro del Consiglio Mondiale per lo Sport Automobilistico della FIA. Un profilo coerente, ma non sufficiente a disinnescare il problema principale: la sovrapposizione tra potere pubblico e legami familiari.
Il nodo non è la legalità dell’atto, bensì la credibilità delle istituzioni. L’ACI dialoga quotidianamente con ministeri, amministrazioni pubbliche e società partecipate. In un simile contesto, anche il solo sospetto di un’influenza indiretta esercitata dal vertice del Senato guidato da Ignazio La Russa è sufficiente a incrinare la fiducia nelle decisioni su nomine, affidamenti e gestione delle risorse. È il conflitto d’interessi percepito, non quello dimostrato, a rappresentare il rischio maggiore.
La vicenda La Russa–ACI si inserisce così in un quadro più ampio, in cui la concentrazione di incarichi, retribuzioni elevate e legami familiari ai vertici dello Stato appare sempre meno un’eccezione e sempre più una prassi tollerata. Una dinamica che contrasta apertamente con la retorica del merito e del rinnovamento e che finisce per allontanare ulteriormente cittadini e istituzioni.
Perché quando la forma è impeccabile ma la sostanza lascia perplessi, il problema non è giuridico. È politico. E riguarda la qualità della democrazia.
Ciro Crescentini
