Le tragedie di Santa Maria Capua Vetere e Latina riportano al centro sicurezza sul lavoro, ordinanze anti-caldo e responsabilità di imprese, istituzioni e parti sociali
Due operai morti nel giro di poche ore. Due uomini usciti di casa per guadagnarsi da vivere e mai più tornati dalle loro famiglie.
A Santa Maria Capua Vetere, Tommaso Di Fuccia, 60 anni, è morto mentre lavorava in un cantiere edile. Ha accusato un malore e, nonostante i disperati tentativi dei colleghi e del personale del 118, non c’è stato nulla da fare. Poche ore prima, a Latina, un operaio di 54 anni è crollato mentre lavorava sotto il sole in un cantiere per la realizzazione di un impianto fotovoltaico. Anche lui è morto.
Le indagini accerteranno le cause precise dei due decessi. Ma c’è una realtà che nessuno può continuare a nascondere dietro le formule di circostanza: con temperature che sfiorano o superano i 40 gradi lavorare per ore sotto il sole significa esporsi a un rischio enorme.
E allora basta con il solito copione. Basta con il minuto di silenzio. Basta con il cordoglio. Basta con i comunicati stampa che arrivano sempre dopo il funerale. Si ripetono gli stessi appelli, le stesse promesse, le stesse dichiarazioni indignate. Poi, quando i riflettori si spengono, nei cantieri tutto continua come prima.
Le Regioni emanano ordinanze che limitano il lavoro nelle ore più calde. La legge prevede strumenti come la cassa integrazione per eventi meteorologici eccezionali. Esistono norme che dovrebbero impedire che un operaio venga mandato a lavorare sotto un sole che può diventare mortale.
Ma la domanda è semplice: chi controlla davvero che queste regole vengano rispettate? Perché se le norme esistono e gli operai continuano a morire, qualcosa nel sistema evidentemente non funziona.
Servono controlli straordinari, quotidiani e a sorpresa degli Ispettorati del Lavoro e delle Asl. Servono cantieri ispezionati uno dopo l’altro. Servono sospensioni immediate delle attività dove vengono accertate violazioni. Servono sanzioni pesanti nei confronti di chi mette il profitto davanti alla salute dei lavoratori.
Ma una riflessione va fatta anche sul ruolo delle organizzazioni sindacali di categoria. Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil non possono limitarsi, ogni volta che un operaio muore, a diffondere note di cordoglio, convocare conferenze stampa o denunciare genericamente l’emergenza caldo.
Il loro compito storico è un altro: stare nei cantieri, raccogliere le segnalazioni dei lavoratori, verificare le condizioni di lavoro, pretendere il rispetto delle ordinanze e, quando emergono presunte violazioni, trasmettere esposti circostanziati agli Ispettorati del Lavoro e alle Asl affinché vengano effettuati controlli immediati.
La difesa dei lavoratori non può esaurirsi davanti a un microfono o in un comunicato stampa. Si misura con iniziative concrete, con la presenza quotidiana nei luoghi di lavoro e con la capacità di pretendere il rispetto delle regole prima che accada una tragedia, non dopo.
Perché oggi la sensazione è che si rincorrano le emergenze invece di prevenirle. E ogni volta che un operaio muore, tutti sembrano indignarsi. Datori di lavoro, istituzioni, politica, sindacati. Ma l’indignazione che arriva dopo serve solo a riempire qualche titolo di giornale.
Quella che manca è l’indignazione che salva le vite. Non è più accettabile assistere all’ennesima estate di morti sul lavoro mentre si continua a discutere, a promettere e a rinviare. Ogni ordinanza ignorata, ogni controllo mancato, ogni rischio sottovalutato può trasformarsi in una condanna.
Un operaio non può essere costretto a scegliere tra portare a casa lo stipendio e tornare vivo dalla propria famiglia. La sicurezza sul lavoro non è un favore. È un diritto. E chiunque, a qualsiasi livello, abbia il dovere di far rispettare questo diritto deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Perché le croci nei cimiteri non si fermano con le parole. Si fermano con i controlli. Con le denunce. Con i cantieri chiusi quando la legge viene violata. E con il coraggio, da parte di tutti, di smettere di voltarsi dall’altra parte.
Ciro Crescentini
