Il documentario di Abraham e Szor raccoglie 24 testimonianze dall’interno dell’apparato militare israeliano e scatena la reazione del governo di Netanyahu
È bufera in Israele dopo il successo ottenuto alla Mostra del Cinema di Venezia da “Naza”, il documentario diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già premi Oscar per “No Other Land”. Presentato in concorso all’83ª edizione della Mostra, il film ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria e ha suscitato una durissima reazione da parte di esponenti del governo israeliano.
Al centro di “Naza” ci sono le testimonianze di 24 israeliani legati all’apparato militare e dell’intelligence, tra ufficiali e soldati, intervistati nel corso di tre anni di lavoro e in condizioni di estrema segretezza. Attraverso le loro parole, il documentario ricostruisce i meccanismi utilizzati dall’esercito israeliano nelle operazioni condotte nella Striscia di Gaza, soffermandosi in particolare sui sistemi di individuazione degli obiettivi, sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e sulla sorveglianza delle comunicazioni telefoniche.
Le persone intervistate, riprese con voce e aspetto modificati per proteggerne l’identità, raccontano un sistema nel quale gli edifici della Striscia vengono mappati e numerati e le abitazioni nelle quali potrebbe trovarsi un presunto membro di Hamas vengono individuate con precisione. Prima di un attacco, secondo le testimonianze raccolte nel film, verrebbe inoltre stimato il numero di civili che potrebbero morire. È questo il significato del termine “Naza”, utilizzato nel documentario per indicare i cosiddetti “danni collaterali” previsti durante un bombardamento.
Una delle testimonianze più drammatiche è quella di un militare coinvolto nella selezione degli obiettivi, che racconta di essere stato direttamente coinvolto nella morte di numerosi civili. Il paragone con il passato più oscuro della storia europea emerge nelle sue parole: «Sono stato coinvolto nell’uccisione di così tanti civili da aver pensato alla Germania degli anni ’30 e ’40. Penso che i nazisti siano il male. E io che sono?»
A rispondere è Yuval Abraham, che sottolinea però le differenze tra gli eventi storici: «I riferimenti alla Shoah sono emersi in più di un ufficiale che abbiamo intervistato. Naturalmente ci sono tante differenze fra l’Olocausto e quello che succede a Gaza, ma un tratto comune sono gli schemi di deumanizzazione dell’altro. È proprio Primo Levi che ha parlato di deumanizzazione: di un essere umano che diventa non umano».
Il documentario racconta anche il ruolo attribuito alla sorveglianza delle comunicazioni nella ricerca degli obiettivi. Secondo una delle testimonianze, i dati provenienti dai telefoni cellulari presenti nella Striscia possono essere utilizzati per individuare le persone da colpire. Una telefonata, persino una frase apparentemente innocua pronunciata da un bambino, potrebbe diventare un elemento utilizzato per autorizzare un bombardamento.
La proiezione veneziana è stata accompagnata da una standing ovation di circa 25 minuti, mentre il riconoscimento della giuria ha trasformato il film in un nuovo terreno di scontro politico. Prima ancora che l’opera fosse vista dal pubblico israeliano, infatti, sono arrivate le accuse dei vertici del governo.
Il ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato l’intenzione di chiedere la revoca della cittadinanza israeliana dei due registi, accusandoli di aver tradito il Paese: «L’odio viscerale che anima i produttori, disposti a infangare la propria patria pur di ottenere l’applauso degli antisemiti di tutto il mondo, è inconcepibile e rappresenta un tradimento nei confronti del Paese». Zohar ha quindi aggiunto: «In qualità di ministro della Cultura, agirò immediatamente per revocare la cittadinanza israeliana a questi spregevoli registi per aver tradito il Paese».
Ancora più duro è stato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha definito “Naza” un attacco contro Israele e ha evocato persino un possibile sostegno di Hamas agli autori: «Sono sicuro che i vostri amici, i nostri nemici di Hamas a Gaza, vi accoglieranno a braccia aperte!» Ben-Gvir ha inoltre definito il documentario “antisemita”, accusando i suoi autori di danneggiare l’immagine dell’esercito israeliano.
Abraham ha ribadito invece la necessità che il film venga visto anche in Israele: «È davvero fondamentale che gli israeliani vedano questo film».
“Naza” nasce anche dalla volontà di andare oltre la semplice inchiesta giornalistica. Molte delle rivelazioni raccolte dai registi erano già state pubblicate nei mesi successivi al 7 ottobre dal quotidiano britannico The Guardian, tra i produttori del documentario, insieme a +972 Magazine e Local Call. Il film prova però a concentrarsi non soltanto sulle informazioni, ma anche sui silenzi di chi quelle operazioni le ha vissute dall’interno.
Come hanno spiegato Abraham e Szor: «Il film ci permette di esplorare qualcosa di più profondo rispetto al solo giornalismo d’inchiesta: non solo le parole pronunciate, ma anche quelle non dette, il silenzio. Spetta a tutti noi rompere quel silenzio».
Il premio veneziano porta così al centro del dibattito internazionale non soltanto le accuse contenute nel documentario, ma anche una questione più ampia: quali limiti possa incontrare la libertà di espressione quando la rappresentazione delle operazioni militari entra in aperto conflitto con la narrazione ufficiale dello Stato.
Ciro Crescentini
