Confermato lo spegnimento dell’area a caldo per amianto ed emissioni. Il futuro dello stabilimento passa ora dalla messa in sicurezza e dalla riconversione
Per oltre sessant’anni è stata sinonimo di lavoro, produzione e sviluppo industriale, ma anche di inquinamento, paura e battaglie per la tutela della salute. Ora l’ex Ilva di Taranto è davanti a una svolta destinata a cambiare definitivamente la storia industriale della città: l’area a caldo dovrà fermarsi entro il 28 ottobre.
La Corte d’Appello civile di Milano ha infatti confermato il provvedimento che impone lo spegnimento degli impianti, respingendo la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia e da Ilva in amministrazione straordinaria.
Una decisione destinata ad avere conseguenze pesantissime sul piano occupazionale, ma che mette al centro una questione che per troppo tempo è stata rinviata: può il diritto alla produzione prevalere sul diritto delle persone a vivere in un ambiente sicuro?
La risposta dei giudici è netta. Nel momento in cui l’attività industriale entra in conflitto con la tutela della salute, deve essere quest’ultima a prevalere.
La salute non può essere il prezzo del lavoro
La vicenda dell’ex Ilva si trascina ormai da quattordici anni. Una storia nella quale si sono alternati governi, commissari, gestori, provvedimenti giudiziari e promesse di risanamento. Taranto è rimasta nel mezzo.
Da una parte migliaia di lavoratori, famiglie e imprese dell’indotto dipendono economicamente dallo stabilimento. Dall’altra, intere generazioni di cittadini hanno dovuto convivere con le conseguenze ambientali e sanitarie legate alla presenza della grande acciaieria.
Ma lavoro e salute non dovrebbero essere messi l’uno contro l’altra. Un lavoratore non dovrebbe essere costretto a scegliere tra lo stipendio e la sicurezza. E una comunità non dovrebbe essere obbligata ad accettare il rischio sanitario come prezzo inevitabile dello sviluppo economico.
Il principio affermato dalla Corte d’Appello va quindi oltre la singola vicenda dell’ex Ilva: quando gli interessi economici entrano in contrasto con diritti fondamentali della persona, questi ultimi devono avere la precedenza.
Amianto e polveri sottili: prima la sicurezza, poi la produzione
La decisione dei giudici è legata soprattutto alle condizioni degli impianti, alla presenza di amianto e alle emissioni di polveri sottili. A fine luglio era stato disposto il blocco dell’area a caldo, concedendo novanta giorni per procedere allo spegnimento, in attesa della rimozione dell’amianto presente negli impianti e dell’adozione delle misure necessarie a riportare le emissioni entro limiti di sicurezza.
La Corte ha confermato questa impostazione. Il principio è semplice: gli impianti potranno tornare a funzionare quando saranno state eliminate le condizioni di rischio e quando le emissioni saranno ricondotte entro livelli compatibili con la tutela della salute, nello scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate annue. Non è una guerra contro l’industria. È la richiesta che l’industria rispetti un limite invalicabile: quello della sicurezza delle persone.
La magistratura: il diritto alla salute viene prima
Nel motivare la propria decisione, la Corte ha richiamato il necessario equilibrio tra interessi diversi, arrivando però a una conclusione precisa. “Il bilanciamento tra i contrapposti interessi costituzionali non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute”.
E ancora: “Nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività d’impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”. Sono parole che assumono un significato particolarmente forte in una città come Taranto.
Per decenni il dibattito sull’acciaieria è stato dominato dalla contrapposizione tra occupazione e ambiente. Come se fosse inevitabile scegliere. Ma non dovrebbe essere così.
La tutela della salute non può essere considerata un ostacolo allo sviluppo economico. Al contrario, dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi politica industriale.
Gli altoforni verso lo spegnimento
Il cronoprogramma prevede l’avvio dello spegnimento dell’altoforno 1, fermo dal maggio 2025, seguito dall’altoforno 4 e infine dall’altoforno 2, attualmente l’unico ancora operativo. La prospettiva è quella della fine dell’attività dell’area a caldo così come l’abbiamo conosciuta. Ed è proprio questo che preoccupa maggiormente lavoratori e sindacati.
Il timore è che alla crisi industriale segua una vera e propria emergenza sociale, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel territorio tarantino e nelle province collegate all’indotto. Ma anche di fronte a questo scenario non si può sostenere che la soluzione sia mantenere in funzione impianti che devono essere messi in sicurezza.
La soluzione deve essere un’altra: utilizzare ogni risorsa disponibile per proteggere i lavoratori e accompagnare il territorio verso una nuova fase industriale.
Sindacati: evitare una bomba sociale
Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto al governo interventi immediati per scongiurare il rischio occupazionale. “Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari”. E ancora: “Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali. Subito il blocco dei licenziamenti”.
La richiesta è comprensibile. La chiusura dell’area a caldo non può significare l’abbandono dei lavoratori. Ma proteggere l’occupazione non deve significare proteggere a ogni costo un modello industriale che presenta problemi ambientali e sanitari irrisolti. È qui che deve intervenire la politica.
Oltre diecimila posti di lavoro a rischio
L’impatto occupazionale potrebbe essere enorme. L’indotto aveva già annunciato oltre 2500 licenziamenti, temporaneamente sospesi. A questi si aggiungono i circa 5 mila addetti collegati all’area a caldo e le ulteriori ricadute sull’intero sistema economico che ruota intorno allo stabilimento. Il rischio complessivo riguarda quindi migliaia e migliaia di lavoratori.
Un dramma che non può essere ignorato. Ma proprio per questo bisogna evitare di trasformare la difesa del posto di lavoro in una contrapposizione con la tutela della salute. I lavoratori non sono nemici dell’ambiente. Sono essi stessi tra le persone maggiormente interessate alla sicurezza degli impianti.
La bonifica può diventare nuova occupazione
Uno degli aspetti più interessanti della decisione riguarda proprio la possibilità di utilizzare parte della forza lavoro nelle attività di bonifica e di adeguamento degli impianti. I giudici hanno sottolineato che si tratta di attività affini alle competenze già presenti nello stabilimento.
Questa possibilità dovrebbe diventare il punto di partenza di un nuovo progetto. Se l’area a caldo deve essere fermata, Taranto non deve essere lasciata senza prospettive. La bonifica può diventare lavoro. La messa in sicurezza può diventare lavoro. La riconversione industriale può creare nuove professionalità e nuove opportunità.
Non è quindi necessario scegliere tra salute e occupazione. È necessario costruire un sistema nel quale l’occupazione non sia più fondata sulla sopportazione del rischio ambientale.
La responsabilità politica viene prima delle polemiche
Di fronte alla decisione della magistratura, il governo ha nuovamente sottolineato i vincoli derivanti dalle decisioni giudiziarie. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato: “Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi. Però sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio. È uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore”.
Ma la questione centrale rimane un’altra. Se oggi lo spegnimento degli impianti rischia di produrre una devastante crisi occupazionale, bisogna chiedersi perché non sia stato possibile risolvere prima le criticità ambientali e sanitarie.
La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio di una situazione costruita nel corso di molti anni. I problemi dell’ex Ilva non sono nati ieri.
Prima la vita, poi i bilanci
Il caso di Taranto pone una domanda che riguarda l’intero Paese: quale prezzo siamo disposti a pagare per mantenere in vita un’attività economica? La risposta dovrebbe essere chiara.
Nessun bilancio può valere più della salute di una persona. Nessun interesse industriale può giustificare l’esposizione dei cittadini a rischi evitabili. Nessuna strategia economica può considerarsi veramente sostenibile se scarica i propri costi sulla salute delle generazioni presenti e future.
L’acciaio è importante. L’industria è importante. Il lavoro è fondamentale. Ma prima di tutto viene la vita. Per questo lo stop all’area a caldo non dovrebbe essere raccontato soltanto come la fine di una grande fabbrica. Può diventare l’inizio di un nuovo modello. Un modello nel quale la produzione industriale non sia più incompatibile con la salute. Un modello nel quale il lavoratore non debba scegliere tra occupazione e sicurezza. Un modello nel quale Taranto possa finalmente uscire dalla logica dell’emergenza e costruire il proprio futuro sulla bonifica, sulla sicurezza, sull’innovazione e su un’industria diversa.
La sfida adesso è tutta nelle mani della politica e delle istituzioni. Perché fermare gli impianti senza garantire un futuro ai lavoratori sarebbe una sconfitta. Ma mantenerli in funzione sacrificando la salute dei cittadini sarebbe una sconfitta ancora più grave.
Il lavoro può essere ricreato. Un impianto può essere risanato. Un modello industriale può essere cambiato. La vita e la salute delle persone, invece, non possono essere restituite.
Ed è per questo che, davanti a qualsiasi bilancio economico, a qualsiasi interesse industriale e a qualsiasi emergenza occupazionale, deve esserci sempre un principio non negoziabile: prima la salute, prima la vita, prima le persone.
Ciro Crescentini
