Il controllo dell’informazione passa per la distruzione fisica dei cronisti. La libertà di stampa è sotto assedio.
Sei giornalisti sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano che ha colpito una tenda con la scritta “PRESS” allestita all’esterno dell’ospedale Al-Shifa, uno dei pochi presidi sanitari ancora operativi nella Striscia di Gaza. Il massacro ha colpito professionisti dell’informazione disarmati e identificabili, che stavano documentando la situazione umanitaria sul campo.
Le vittime accertate includono il noto corrispondente di Al Jazeera Anas al-Sharif, il fotoreporter freelance Mohammed Al-Khaldi, e i cameraman Mohammed Qraiqea, Ibrahim Al Thaher, Mohamed Nofal e Moamen Aliwa. Tutti stavano lavorando per garantire una copertura indipendente e diretta dal cuore della guerra.
Una tenda con la scritta “PRESS” presa di mira: attacco deliberato alla libertà d’informazione
Non c’è spazio per l’ambiguità: l’attacco è avvenuto contro una tenda chiaramente identificata come spazio stampa. L’esercito israeliano ha ammesso di aver “mirato” il raid, accusando uno dei reporter — Anas al-Sharif — di appartenenza a Hamas. Nessuna prova, però, è stata fornita a sostegno di questa accusa.
Al Jazeera Media Network ha parlato senza mezzi termini di “assassinio mirato” dei propri giornalisti, definendo l’attacco un crimine contro la libertà di stampa e contro il diritto universale alla verità.
Una strategia per mettere a tacere Gaza: eliminare le fonti, distruggere la narrazione alternativa
Quello che si delinea è un piano preciso: impedire qualsiasi forma di testimonianza diretta dalla Striscia di Gaza. Con i confini sigillati, i media internazionali impossibilitati ad accedere, e i giornalisti locali sotto tiro, Israele persegue un controllo totale della narrazione del conflitto.
Le bombe non colpiscono solo le infrastrutture militari — ma scuole, ospedali, e ora anche tende stampa. L’obiettivo è chiaro: uccidere la possibilità stessa che esista un racconto alternativo a quello ufficiale.
Secondo Salah Negm, direttore di Al Jazeera English, “Israele teme la verità. Ogni voce indipendente, ogni cronista che documenta i crimini commessi, diventa automaticamente un bersaglio”.
Fnsi: “Forniscano le prove o è un crimine di guerra”
Durissima anche la reazione della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi). La segretaria generale Alessandra Costante e il presidente Vittorio Di Trapani accusano: “Israele ha nominato il suo bersaglio. Ora ha il dovere morale e giuridico di fornire prove credibili, pubblicamente. In assenza, siamo di fronte a una confessione implicita di aver compiuto un crimine di guerra. Chi uccide un giornalista per quello che documenta, uccide anche il diritto alla verità”. La Fnsi ha chiesto alla Corte penale internazionale l’apertura immediata di un’indagine.
Controllare la narrazione, riscrivere la realtà
Il bombardamento della tenda stampa si inserisce in una più ampia strategia israeliana nota come Hasbarà, l’apparato propagandistico che lavora per consolidare una narrazione binaria: Israele come vittima, Hamas come unico colpevole. Ogni voce critica viene silenziata. Ogni tentativo di documentazione autonoma, criminalizzato. Ogni giornalista che resta a Gaza, trattato come complice del nemico.
Ma dopo il 7 ottobre 2023, qualcosa è cambiato: i social media, le reti di attivisti, le ONG, e pochi ma coraggiosi reporter locali hanno rotto il monopolio dell’informazione. Questo ha fatto paura. E Israele ha risposto con la forza.
Chi racconta viene ucciso. Chi tace è complice.
Il messaggio è spaventoso nella sua chiarezza: chi documenta, muore. Chi cerca la verità, viene cancellato. Chi dà voce a Gaza, viene messo a tacere. E chi resta in silenzio di fronte a tutto questo, è complice.
La libertà di stampa non è un valore astratto. A Gaza, è questione di vita o di morte. Difenderla significa schierarsi con il diritto dei popoli a sapere, a vedere, a non essere ingannati.
In questo momento, in questo luogo, la verità è sotto attacco. E chi la difende, paga con la vita.
Ciro Crescentini

