Riceviamo e pubblichiamo integralmente
A poco più di un anno dalla scadenza fissata al 31 agosto 2026 per il completamento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’Italia affronta la fase più delicata della partita. È il momento in cui si misurano gli effetti reali di una strategia senza precedenti: 191 miliardi di euro da spendere, centinaia di riforme avviate, migliaia di progetti avviati sul territorio. Ma oggi, a differenza delle conferenze stampa e delle slide rassicuranti del passato, i dati raccontano una realtà più complessa e meno lineare.
Il Governo Meloni ha incassato sinora 102 miliardi di euro, pari al 53% delle risorse totali. Ma il vero problema non è nell’erogazione dei fondi europei, quanto nella loro effettiva messa a terra. Il tempo stringe. E mentre i cronoprogrammi inseguono se stessi, emergono squilibri territoriali, ritardi amministrativi e incertezze su come si chiuderà questa gigantesca operazione pubblica. Nel 2023, secondo i dati ufficiali, è stato impegnato il 78% delle risorse previste per l’anno. Una soglia che potrebbe sembrare rassicurante, ma che va letta alla luce delle modifiche al Piano approvate alla fine dello scorso anno, che hanno ridotto gli obiettivi e aumentato la flessibilità. Questo significa che, più che una corsa al rialzo, è stata una corsa a riscrivere le regole.
Il punto critico resta quello della spesa effettiva. A oggi, le Regioni e gli enti locali lamentano un problema di capacità amministrativa e tecnica, soprattutto nei piccoli Comuni. La burocrazia rallenta, le gare vanno deserte, i cantieri arrancano. E la Campania – come altre regioni del Sud – rischia di scontare ancora una volta un divario strutturale che i fondi europei avrebbero dovuto colmare. Il nodo, però, non è solo meridionale. Il vero rischio sistemico è quello della disomogeneità: progetti non allineati, interventi sovrapposti, assenza di un efficace coordinamento nazionale. La governance multilivello pensata per il PNRR ha mostrato, in molti casi, più le sue debolezze che i suoi punti di forza. Il principio della “responsabilità condivisa” si è spesso tradotto in uno scaricabarile istituzionale.
Ora si apre l’ultimo tratto di strada. Il governo dovrà presentare entro l’estate il Piano di Spesa 2024-2026, che dovrà chiarire come, dove e quando saranno spese le risorse residue. Sarà il vero banco di prova. Perché, al netto dei buoni propositi, è solo nella tracciabilità degli interventi e nella concretezza dei risultati che si potrà valutare l’impatto reale del Piano. Il PNRR doveva essere lo strumento per cambiare radicalmente il Paese. A oggi resta un’opera in costruzione, compressa tra promesse, ritardi e scadenze. E, come in ogni corsa contro il tempo, il rischio è che si arrivi al traguardo senza aver davvero vinto la partita.
Giovanni Di Trapani

