Dall’ordinanza dell’inchiesta sfociata nell’operazione Medea emerge la vicenda dell’imprenditore Pino Fontana

NAPOLI – Una vicenda emblematica dell’inchiesta che ha portato all’esecuzione dell’ordinanza cautelare. nell’operazione Medea. Secondo gli inquirenti, l’imprenditore Pino Fontana, figura chiave dell’indgine del Ros dei carabinieri, si recò a casa del boss per restituire 10mila euro ricevuti a titolo di risarcimento per essersi costituito parte civile in un processo per racket nell’Agro aversano. Uno di quei capitoli di una raffinata strategia di “rigenerazione” del costruttore di San Cipriano d’Aversa, colpito da interdittiva antimafia ma deciso a recuperare lo status di imprenditore rispettabile, per contrattare di nuovo con la pubblica amminstrazione. Un piano nel quale si sarebbe inserita la denuncia agli estorsori del clan Zagaria, per non apparire connivente. L’episodio emerge dall’ordinanza del gip di Egle Pilla che ieri ha portato all’arresto di 13 persone, tra amministratori e politici. Per continuare ad avere appalti pubblici, gli imprenditori vicini alla cosca casalese avrebbero finto anche di avvicinarsi alle associazioni antiracket.  La storia viene raccontata ai magistrati della Dda da Massimiliano Caterino, ex cassiere di Zagaria,  oggi pentito. “Antonio Zagaria (fratello del boss, ndr) – afferma il collaboratore di giustizia – mi disse che Pino Fontana era venuto a casa sua dopo l’arresto di Michele Zagaria, ossia agli inizi del 2012, per restituire la somma di 10mila euro che lui aveva ricevuto a titolo di risarcimento per un’estorsione emersa in un’intercettazione ambientale, per la quale era stato fatto il processo e in cui lui era stato costretto a presentare denuncia e a costituirsi parte civile”.

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