Dalle parole di don Mimmo Battaglia a una nuova visione per Napoli
Cosa rimane alla comunità di Ponticelli, a questa area di periferia, a quella maledizione che accompagna l’intercedere quotidiano delle nostre vite dopo Fabio Ascione, l’ennesima vittima innocente di mani criminali? Sull’onda dell’emozione si è provato a dare vicinanza umana al dolore di una famiglia straziata e a tutti quei cuori che lo hanno vissuto, amato e perso. Ma non può finire così.
L’ANALISI
Perché i luoghi periferici sono più soggetti a “ricevere” criminalità e devianze sociali? Il territorio, lo spazio fisico, l’ambiente sono immobili, fermi, statici. Chi pratica attività criminogene si sedimenta attraverso il controllo di un’entità fisica che non si muove, che è completamente a sua disposizione. Non deve neppure sforzarsi di rispondere (per resistere) alle trasformazioni sociali ed economiche, semplicemente perché quest’ultime non si palesano per decenni.
Se gli equilibri indotti dalle norme, dall’economia e dal simbolismo degli attori pubblici sono inesistenti o deboli il “campo” resta tutto a disposizione del malaffare. La sociologia della devianza pone in ragioni di interdipendenza il contesto e la devianza. La cosiddetta spazializzazione, ovvero lo spazio fisico a disposizione, diventa un equilibrio anche mentale, non solo territoriale.
Questo spiegherebbe perché la “costruzione” del crimine può essere intesa come “fenomeno di società locale”, come risultante del legame tra gruppi sociali e spazio di vita (Nicola Cavallotti, ricercatore indipendente).
Non è vero che la criminalità organizzata (e non) è più marcata nelle periferie napoletane. Non è questione di quel “DNA” incorporato che ogni tanto tirano fuori come termine di paragone negativo della nostra città, ed in particolare di alcune zone. Il fenomeno esiste in tutti i luoghi dove la mano pubblica non inquadra e non intercetta il cittadino, lo lascia in balìa del suo spazio. La periferia milanese dimostra che il ciclo economico prevalentemente industriale comunque crea conflitto legato alla gestione delle risorse per la trasformazione del territorio. Tanto Milano quanto Napoli non sono libere dai “generatori di conflitto”, le dinamiche all’interno delle due città sono diverse ma ugualmente presenti. Lì condizionano il movimento del luogo, qui l’immobilismo dello spazio.
È la capacità delle risposte pubbliche, l’efficacia e l’efficienza delle titolarità istituzionali a “sottrarre” territorio alle pratiche criminali.
È pia illusione introdurre nuovi reati nel codice penale, creare scudi securitari, formalizzare la paura sociale, senza condizionare minimamente le relazioni sociali e l’ambiente urbano.
I LIMITI
Bisogna risalire la china con gli strumenti attualmente a disposizione. Per esempio, bisogna accennare ai limiti della legge regionale della Campania n. 12 del 2025, “Testo unico in materia di cultura della legalità e misure di sostegno in favore delle vittime di criminalità”.
A me sembra che si tratti più di un riordino di “politiche di settore” che confluiscono in questa legge, cioè si mette assieme ciò che fanno i diversi dipartimenti regionali, creando un fondo regionale e, massimamente, delegando alla Fondazione POLIS della Regione Campania l’attuazione delle linee operative.
Il grande limite istituzionale risiede innanzitutto nelle politiche di progetto, lavorare a progetto dimostra la carenza di strutturalità, la precarietà dell’intervento dello Stato, misure a tempo che dipendono dai bilanci. In questo modo, cade la visione del medio e lungo periodo. L’accompagnamento socio-inclusivo alle persone in difficoltà, ai caduti innocenti di criminalità organizzata, non può dipendere dai fondi in bilancio. In questa maniera, passa l’idea di una sorta di “monetizzazione” del bisogno, un approccio culturale dannoso e sbagliato. È la resa dello Stato, per la serie: “non sono in grado di proteggerti e ti offro qualche servizio sociale agevolato”.
Un altro grande limite, questa volta territoriale, risiede nella mancanza di collegialità e unicità delle azioni. Nella zona orientale si trovano associazioni e organizzazioni no profit che fanno cose eccellenti, ma non riescono a “fare sistema”, la maggior parte delle azioni sembrano camminare da sole.
Il richiamo, necessario, agli interventi per la cultura della legalità e la prevenzione della criminalità assurge ad affermazione di principio molto spesso scollegato dalle realtà dei quartieri, è come un contenuto astratto e generale scritto in Costituzione ma che calato in legge ordinaria ne perde spinta, collegialità e ricadute condivise.
LE DOMANDE APERTE
Nessuno ha ricette miracolistiche, ma qualcosa bisogna pur provare a fare. Per esempio, proviamo a spostare funzioni di attrattiva e crescita in queste periferie, azioni semplici e per niente gravose: mettere a disposizione dei quartieri, con il rilancio dei luoghi pubblici, gli spettacoli del teatro San Carlo, gli allenamenti del calcio Napoli sui campi di calcio di zona, offrire mostre d’arte, “aprire” il centro storico verso oriente attraverso una intensa operazione di scambio reciproco fatto di rapporti e relazioni sociali ed economiche. Insomma, si concentri sulle nascenti generazioni per dimostrare che un’altra prospettiva di vita e praticabile, credibile e vincente.
Scelte lungimiranti (e permanenti) e responsabilità pubbliche, potrebbero e dovrebbero tracciare una nuova strada per questa periferia sommersa, e potenzialmente tanto altro.
Io partirei dal monito di speranza dell’arcivescovo metropolita don Mimmo Battaglia nel ricordo di Fabio, una delle poche autorità morali di questa città, che ha scelto il coraggio, le posizioni scomode. È andato “oltre” l’essere Cardinale, parlando da uomo libero che non lesina critiche contro l’autonomia differenziata, che si esprime contro la guerra (“Lettera ai mercanti della morte”), che vive il territorio e non strizza l’occhio ai poteri forti:
“…Ragazzi, vi prego, non lasciate che questo dolore diventi chiusura. Non lasciate che diventi rabbia che distrugge…“
“…Davanti a Fabio dobbiamo dire a questo quartiere e alla nostra città: risorgi, alzati! …“
… Si può risorgere. Si può cambiare. Si può ricominciare …“
Raffaele Carotenuto

