Ricavi in crescita del 45% e dividendi da 3 miliardi agli azionisti: il gruppo britannico beneficia della forte volatilità dei mercati energeticI
La nuova fiammata dei prezzi dell’energia legata alle tensioni in Medio Oriente ha avuto un impatto significativo sui conti di Shell. Il gruppo petrolifero britannico ha chiuso il primo semestre del 2026 con risultati finanziari in forte crescita, registrando profitti pari a 10,8 miliardi di dollari: una cifra tre volte superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
A spingere verso l’alto i risultati del colosso energetico sono stati soprattutto l’aumento delle quotazioni di petrolio e gas, alimentato dall’instabilità geopolitica nell’area mediorientale. Il conflitto seguito agli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha generato nuove pressioni sui mercati internazionali, mentre le difficoltà legate al transito delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz hanno aumentato i timori sulla sicurezza degli approvvigionamenti.
«La capacità operativa di Shell ci ha permesso di ottenere risultati molto solidi in una fase caratterizzata da forti tensioni sui mercati globali dell’energia», ha dichiarato l’amministratore delegato Wael Sawan presentando i dati della società.
La crescita dei profitti è stata accompagnata da un deciso incremento del fatturato. Nel periodo considerato, i ricavi sono saliti del 45%, raggiungendo quota 96,4 miliardi di dollari. Un risultato ottenuto nonostante una riduzione dei volumi di petrolio commercializzati tra aprile e giugno, causata dalle conseguenze dirette della crisi regionale e dalle difficoltà operative.
Tra gli eventi che hanno inciso sulle attività del gruppo figura anche il grave danneggiamento del terminale di gas naturale di Ras Laffan, in Qatar, una struttura strategica per la presenza di Shell nell’area e per il commercio energetico internazionale.
La società britannica ha deciso inoltre di destinare parte dei risultati positivi agli investitori, annunciando la distribuzione di 3 miliardi di dollari in dividendi agli azionisti.
Il caso Shell si inserisce in un quadro più ampio che vede i grandi gruppi energetici beneficiare, almeno nel breve periodo, delle turbolenze dei mercati causate dai conflitti internazionali. L’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche, mentre pesa sui consumatori attraverso il caro carburanti e il maggiore costo dell’energia, si traduce infatti in margini più elevati per le principali compagnie petrolifere.
Alessandro Manna

