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Gilda Fiume e il suo personale successo nella Lucia di Lammermoor

RedazioneSalerno by RedazioneSalerno
9 Ottobre 2018
in Musica e Spettacoli
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foto Massimo Pica

foto Massimo Pica

Ottima esibizione dell’artista nel ruolo che l’ha lanciata nel gotha della lirica italiana

E’ stata Gilda Fiume la vera e unica protagonista della messa in scena della “Lucia di Lammermoor” al Teatro Verdi di Salerno, nell’ambito della stagione lirica 2018. Applausi a scena aperta, del pubblico della “prima” ad ogni sua “uscita”, sino alla scena della follia, esaltata dal duetto con la glass harmonica. Gilda Fiume e un Philipp Marguerre, empaticamente in sintonia, hanno “cantato” ogni acuto, in punta di dita come ne fossero innamorati. Acuti con il colore dell’argento, lunari, come il volto stesso di Lucia. E’ un gambetto di donna quello accennato tra Lord Enrico Ashton ed il Normanno, un’apertura che in diverse storiche partite porta al sacrificio della regina, il pezzo più importante e mobile dello schieramento degli scacchi. La scacchiera specchio della vita e una pupattola insanguinata tra le mani della uxoricida Lucia, evocazione di una maternità sognata o suo stesso alter ego, considerata e usata quale pedina di scambio sullo scacchiere politico della ribollente Scozia, sono state le due idee, le “cacciate” di Renzo Giacchieri, in una regia praticamente piatta, con personaggi statici, quasi in forma di concerto, riguardo lo schieramento del coro, per una “Lucia di Lammermoor” presentata con estrema fiducia ed ottimismo da Daniel Oren e Antonio Marzullo. Tra il ceppo di quercia e la luna piena, il palazzo gotico e il cimitero celtico, creato da Alfredo Troisi, Gilda Fiume, che avrà di certo ritrovato in palcoscenico la stessa aura ossianica della sua applauditissima Norma salernitana, ha cominciato a costruire il suo personale e trionfale successo con la sua aria di sortita “Regnava nel silenzio”. Gilda Fiume è degna erede della Devia, lo studio rende evidente nella voce umana cosa vi sia di misteriosamente religioso e di imperiosamente inquietante nell’espandersi, e di crudamente sensuale, in una apollinea idealità e certezza, segno della nostra grande tradizione. Come detto tanti applausi per la protagonista, che ha deliziato tutti con acuti con il colore dell’argento, lunari, come il volto stesso di Lucia. Una luce questa, risultato del minuzioso procedere in un disegno ben più complesso, che è quello di sapere cosa significa raccontare, cantando, il proprio personaggio. Gilda Fiume ha dimostrato quanto le acrobazie virtuosistiche non siano inconciliabili con un fraseggio densamente drammatico e contribuiscano al rilievo della recitazione, di qualche rallentando eccessivo che, si sa per il cantante diviene vero e proprio guanto di sfida, lanciato dopo diverse sessioni di prove lunghi e ravvicinati. La squadra di comprimari di fiducia che Daniel Oren si porta dietro purtroppo non sempre a cantare, bensì a parlare, la conosciamo fin troppo bene, a cominciare dal ruolo del Normanno, che apre l’opera con il coro, che ha visto la sostituzione di Angel Harkatz con Angelo Casertano, sicuramente una decina di anni or sono comprimario di livello, insieme a suo figlio Vincenzo dignitoso Lord Arturo, ma venerdì fuori voce e fuori tempo, l’ habitué Carlo Striuli, che ha fatto “parlare” Raimondo Bidebent, personaggio che annunzia la tragedia di Lucia, e ancora Alisa, affidata a Miriam Artiaco, ruoli che hanno evidenziato un distacco abissale con la protagonista, riunitisi poi nel celebre concertato, “Chi mi frena”, punto chiave dell’opera, bissato unicamente per la sua bellezza squisitamente musicale, in cui le corde consunte sono venute allo scoperto. Al fianco di Gilda Fiume uno Stefano Secco nel ruolo di Edgardo, una voce non di grande volume, costruita, che ha palesato a volte degli slittamenti, in cui il tenore, dalla dizione molto attenta è ricorso ad emissioni di fibra, e ad un vibrato, di mestiere, a tratti fastidioso, in particolare nel finale dell’opera. La natura è stata, invece, molto generosa con il baritono ucraino Vitaly Billyy, dal volume davvero importante, ma non dalla nobile emissione come si conviene per Enrico, bensì graffiante e dalla dizione in parte sciatta. Le prove non sono state sufficienti all’orchestra per creare la giusta amalgama tra palcoscenico e buca, per un’opera molto complessa, per scelte di ritmo e ricerca di timbri, qualche discronia si è avvertita nella prima scena tra trombe e coro, e molto ovattati sia l’oboe che il clarinetto, ma superbi i soli a cominciare dall’arpista Marcella Lamberti protagonista con il preludio della cavatina del I atto, che ha ceduto suono nella follia alla glass harmonica di Philippe Marguerre. Anche il coro, preparato da Tiziana Carlini ha fatto bene, mentre un plauso va certamente alla banda di palcoscenico.

Olga Chieffi

Tags: Antonio MarzulloSalernoTeatro Verdi
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