In Campania tirocinio è schiavitù per 50mila giovani: ecco tutti gli abusi

Si va dallo stage per diventare cassiera al supermercato, 38 ore settimanali con rimborso spese da 500 euro mensili, sabato e festivi compresi, a quello per lavorare come commessa in un negozio di abbigliamento, 300 euro al mese per 8 ore al giorno

I tirocini si trasformano in truffa. In Campania, almeno 50 mila ragazzi lavorano sono costretti a lavorare senza una retribuzione adeguata, senza i diritti e senza dignità. Ragazzi e ragazze che nella stragrande maggioranza dei casi lavorano praticamente gratis, subendo contratti capestro. Secondo le organizzazioni sindacali confederali e indipendenti nazionali(Cgil, Cisl, Uil, Usb e Cobas), i tirocini stanno legittimando una moderna schiavitù sui posti di lavoro. Tantissimi casi di vessazione e di sfruttamento. Tantissimi abusi. Si va dallo stage per diventare cassiera al supermercato, 38 ore settimanali con rimborso spese da 500 euro mensili, sabato e festivi compresi, a quello per lavorare come commessa in un negozio di abbigliamento, 300 euro al mese per 8 ore al giorno. C’è chi si è visto proporre un tirocinio di sei mesi per essere impiegato in un discount. E molto spesso lo stage, che secondo la normativa vigente dovrebbe essere vincolato a un percorso di formazione, si è trasformato in una soluzione per colmare le carenze di personale di un’attività, con tirocinanti lasciati soli e la richiesta di prestazioni professionali pari a quelle svolte dai colleghi assunti nella stessa impresa.

 

 

Il tirocinio venne introdotto per la prima volta in Italia dal ‘Pacchetto Treu’, che vedeva nello stage un’opportunità per i giovani di approcciarsi al mondo del lavoro, sempre, però, nell’ambito di progetti di orientamento e di formazione. La Treu non prevedeva, tuttavia, un monitoraggio sufficiente a prevenire gli abusi. E spesso, il giovane stagista non veniva nemmeno retribuito per la propria prestazione, che in molti casi era, a tutti gli effetti, equiparabile a quella svolta da un lavoratore regolarmente assunto. Allo stagista viene promessa l’assunzione ma al termine del contratto viene puntualmente sostituito da un altro stagista, senza soluzione di continuità. E sempre più spesso la posizione lavorativa per la quale viene richiesto un tirocinante appare priva di finalità formative: cassiere, magazziniere, commesso, addetto alla reception di un hotel.

 

 

Esistono però dei piccoli trucchi per riuscire a capire quali sono le possibilità nella selva degli stage che “valgono la pena” e quali no e ciò dipende principalmente dalla tipologia di stage che si viene a sottoscrivere. Infatti non tutti sono uguali, ma cambiano in base alle necessità delle aziende: stage extracurriculari e curricolare, stage di formazione e orientamento, infine stage di inserimento. Se gli stage sono di “formazione” è chiaro che nessuno può ambire ad una necessaria assunzione, diverso è il caso dello stage di inserimento. Sta a chi viene scelto per lo stage dover mettere in chiaro le cose fin da subito: se siete alla ricerca di inserimento, è bene chiedere subito la finalità dello stage, per evitare di incappare nel giro dei “turnisti” del lavoro (spesso anche gratuito) senza alcuna possibilità di inserimento nell’azienda ospitante. Gli stage curricolari sono quelli che vengono svolti all’interno di un contesto universitario o scolastico, gli stage extracurricolari sono quelli che si producono indipendentemente dall’alveo della formazione tipica di impronta universitaria o scolastica. In ogni caso, lo stage non viene mai considerato un rapporto di lavoro, bensì una possibilità per imparare e far vedere le proprie potenzialità all’azienda. I fini sono sempre previsti esplicitamente nel contratto di stage. Il motivo per cui pochi stage diventano un trampolino per l’assunzione, è proprio perché vi è un abuso degli stage “usa e getta” utilizzati per coprire una vera e propria posizione lavorativa ruotando tante persone a costo zero o quasi.

Ciro Crescentini

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