Mentre all’ombra del Vesuvio si accelera per liquidare l’Azienda Speciale nata dal referendum, il Tribunale delle Acque blinda il modello 100% pubblico dei vicini molisani. La prova che cambiare natura giuridica è una scelta politica, non un obbligo di legge
A Napoli è in corso una silenziosa retromarcia della storia. Quell’*ABC (Acqua Bene Comune), nata all’indomani del referendum del 2011 come faro europeo della gestione pubblica e priva di scopo di lucro, rischia di cambiare pelle. L’amministrazione comunale spinge con insistenza per trasformarla in una Società per Azioni (SpA).
La narrazione ufficiale per giustificare il passaggio è inflazionata e perentoria: “Il decreto legislativo n. 201/2022 non ci lascia margini, l’Azienda Speciale non è più sostenibile, la SpA (anche se a capitale pubblico) è l’unica via legale per gestire i servizi di rilevanza economica”.
Una lettura totalizzante e drammatica dell’articolo 14 del decreto, presentata ai cittadini come un vicolo cieco normativo. Ma basta spostarsi di poco, superare i confini regionali e guardare a cosa sta accadendo in Molise, per accorgersi che questa narrazione è un enorme castello di carte.
La decisione controcorrente del Molise
Mentre a Napoli ci si arrende alla logica privatistica della SpA, la Regione Molise ha preso una decisione diametralmente opposta: mantenere in vita, difendere e rilanciare la propria Azienda Speciale Regionale (“Molise Acque”). Nessuna trasformazione in società per azioni, nessuna cessione di sovranità alle logiche del diritto privato.
Non solo la decisione istituzionale molisana ha dimostrato che lo strumento dell’Azienda Speciale è vivo, vegeto e perfettamente conforme alle normative europee sulla grande adduzione, ma ha appena retto all’urto del più importante esame legale possibile.
Un colosso privato, gestore uscente di tre impianti strategici della regione, ha fatto ricorso per vie legali gridando alla violazione delle regole di concorrenza, convinto che il modello pubblico molisano fosse un bersaglio facile. La risposta è arrivata con la sentenza n. 68/2026 del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche (TSAP).
I giudici hanno respinto il ricorso del privato su tutta la linea, confermando l’affidamento a “Molise Acque” e stabilendo un principio monumentale: la gestione pubblica tramite Azienda Speciale è totalmente legittima, legale e protetta dall’ordinamento, a patto che sia sorretta da una seria motivazione legata all’efficienza e alla tutela della risorsa.
Perché a Napoli si nasconde il “modello Molise”?
Il successo istituzionale e giudiziario del Molise rappresenta un enorme problema politico per l’amministrazione napoletana e per i sostenitori della svolta societaria. Se si diffondesse la consapevolezza che un’Azienda Speciale può funzionare ed essere blindata persino dai tribunali speciali, la tesi della “scelta obbligata” crollerebbe all’istante.
Nascondersi dietro lo schermo della SpA è, in realtà, una comoda scorciatoia: Evita la fatica di amministrare: Il D.Lgs. 201/2022 non vieta le aziende speciali, ma impone alla politica l’obbligo di scrivere relazioni rigorose che ne dimostrino l’efficienza. Creare una SpA permette di applicare le regole del diritto privato, allontanando il controllo democratico del consiglio comunale e dei cittadini.
Apre la porta al mercato finanziario: Le SpA ragionano per logiche di bilancio, indici di indebitamento bancario e, nel lungo periodo, dividendi. Logiche che mal si conciliano con un bene vitale e non sostituibile come l’acqua.
La decisione del Molise dimostra che la vera differenza non la fanno i decreti romani o le direttive europee, ma la volontà politica. Trasformare ABC Napoli in una SpA non è un obbligo di legge: è una precisa scelta politica di questa amministrazione che ha deciso di ammainare la bandiera dei beni comuni. Il Molise insegna che resistere, e gestire l’acqua senza piegarsi al mercato, è ancora del tutto possibile.
Ciro Crescentini

