Commesse di Camomilla Italia in rivolta: “sottopagate, umiliate e costrette a licenziarci”

Decine di segnalazioni contro la società che opera nel settore della moda

Sottopagate, stressate, umiliate, vessate, costrette a licenziarsi o ad accettare condizioni lavorative vergognose. Le centinaia di commesse di “Camomilla Italia” impegnate in decine di negozi in tutta Italia annunciano l’attivazione di denunce e vertenze assistite da autorevoli avvocati giuslavoristi indipendenti.

Significative le testimonianze di alcune lavoratrici raccolte dal nostro giornale. Lavoratrici che hanno preferito rimanere anonime per ovvie ragioni. “Sottopagata, fai la commessa e vieni inquadrata come una schiava. non esistono straordinari, festivi, quattordicesima, buoni pasto come previsto dal contratto del commercio – spiega una commessa di Napoli – i titolari chiedono solamente e non danno nulla in cambio. Si credono un’azienda di lusso ma trattano i dipendenti malissimo”.

Camomilla Italia è di proprietà della CMT – Compagnia Manifatture Tessili Srl, una società che ha la sua sede a Napoli. Si tratta di un brand che opera nel settore della moda fin dal 1974 e che nel dettaglio si occupa di produrre e di vendere capi di abbigliamento, scarpe e borse, oltre che accessori. La rete di punti vendita dell’azienda è distribuita in tutto il nostro Paese, potendo contare su oltre 230 negozi di Camomilla Italia. L’azienda opera anche attraverso la cosiddetta formula del franchising in modo da far circolare marchio e prodotto senza avere responsabilità dirette nella gestione del personale.

E non mancano le “scatole e scatolette cinesi”, società che aprono e chiudono nel giro di qualche anno, lavoratrici “scaricate” e liquidate quasi ogni anno da alcune aziende e poi essere riassunte in altre società dopo essere state costrette a sottoscrivere verbali di conciliazione presso fantomatici ” sindacati autonomi” o aderire a “contratti artigiani”.

Un’azienda interessata unicamente all’accumulo di profitti poco attenta alla valorizzazione professionale delle maestranze: salari bassi, contratti poco chiari, giornate di lavoro incentrate sulla vendita, l’ allestimento, magazzino, turni lunghi e massacranti 6 giorni su 7. “Ho dovuto cercare un nuovo impiego perché la paga era una miseria, mille euro lordi al mese per 40 ore, contratto artigiano e non quello del commercio e buttavo ore della mia vita a fare straordinari non pagati” – sottolinea una commessa toscana.

I diritti sono diventati optionals. “E quando decidono di licenziare con il guanto di velluto propongono trasferimenti al Nord – racconta un’altra dipendente di Palermo – Un metodo vergognoso per costringere alle dimissioni madri di famiglia, persone indigenti”.

Tante segnalazioni. Tante testimonianze. Tanta rabbia. Le lavoratrici iniziano a prendere coscienza, ad organizzarsi, a denunciare. Il Desk continuerà ad occuparsi della vicenda augurandosi un fattivo e autorevole intervento degli organismi di vigilanza e di controllo istituzionali, in primis la Guardia di Finanza. Nel frattempo segnaliamo il nostro indirizzo di posta: [email protected] per raccogliere ulteriori segnalazioni.

Luca Nespoli

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