La coreografia di Bolognino e Di Maro tra mito, corpo e memoria teatrale
Al Teatro Mercadante di Napoli si è aperta la stagione della danza con un omaggio che non si limita a ricordare, ma tenta di attraversare il mito: quello di Eleonora Duse. Oggi, 8 maggio è andato in scena La Duse – Nessuna Opera, una creazione coreografica di Adriano Bolognino e Rosaria Di Maro che sceglie di non raccontare la Divina in modo lineare, ma di inseguirne le trasformazioni interiori attraverso il corpo e la luce.
Lo spettacolo si presenta come un dispositivo scenico ibrido, una “non-opera” che rifiuta le forme chiuse della rappresentazione per aprirsi a una riflessione più ampia sulla figura femminile e sulla sua autonomia creativa. Al centro, la Duse non come icona cristallizzata, ma come energia in continuo divenire: fragile e potentissima, terrena e quasi trascendente.
La drammaturgia coreografica si sviluppa in due movimenti distinti, pensati dagli autori come due soglie della stessa esistenza artistica. La prima parte restituisce un’immagine costruita, quasi filtrata, in cui la figura della Duse appare immersa in una dimensione “artefatta”, sospesa tra codici teatrali e stratificazioni storiche. La seconda sezione, invece, rompe progressivamente ogni sovrastruttura e lascia emergere una presenza più essenziale: una Duse anziana, ridotta all’osso della sua verità scenica, “tutta luce immacolata”, come la definiscono gli autori.
Il progetto nasce anche da un confronto con il lavoro di Mirella Schino, Eleonora Duse – Storie e immagini di una rivoluzione teatrale, testo che diventa matrice teorica e affettiva dell’intera ricerca. Da quelle pagine emerge una figura liberata dalle letture semplificate e dalle narrazioni dominate da prospettive maschili: una donna che ha ridefinito il mestiere dell’attrice come esperienza vitale, prima ancora che tecnica.
In questo orizzonte si inserisce anche la voce della stessa Eleonora Duse, evocata nello spettacolo come presenza intermittente. Nelle sue parole, recitare non è mai stato un gesto meccanico, ma una forma di relazione profonda con i personaggi: donne che, invece di essere interpretate, sembrano a loro volta agire su di lei, trasformandola. In una delle sue riflessioni più note, la Duse descrive proprio questo scambio continuo tra sé e le figure femminili che ha incarnato, fino a riconoscere in esse una sorta di verità emotiva condivisa, fatta di sofferenza, desiderio e resistenza.
La Duse – Nessuna Opera si muove così su un confine sottile: tra memoria e reinvenzione, tra biografia e astrazione. Non cerca di ricostruire la vita dell’attrice, ma di interrogare ciò che della sua presenza continua a riverberare nel presente. Una danza che non illustra, ma evoca; che non chiude, ma apre ulteriori possibilità di lettura su una delle figure più enigmatiche e rivoluzionarie del teatro europeo.
Alessandro Manna

