Il candidato del centrosinistra in Campania replica con rabbia, ma non spiega. E la trasparenza promessa resta alla deriva
C’è un’immagine che resta impressa nella memoria collettiva: Roberto Fico che sale sull’autobus per raggiungere Montecitorio nel giorno del suo insediamento da Presidente della Camera. Era il 2018, e quella foto divenne manifesto di un’idea di politica sobria, popolare, anti-casta.
Oggi, sette anni dopo, quella stessa immagine torna a galla come un boomerang. Perché a fare discutere non è un programma o una proposta per la Campania, ma la sua barca — o meglio, il suo “gozzo”, come Fico preferisce chiamarlo. Un simbolo di semplicità che però, stando a quanto emerso, di semplice avrebbe ben poco.
Secondo diverse inchieste giornalistiche, infatti, l’imbarcazione “Paprika”, ormeggiata a Nisida, non sarebbe un gozzo ma un cabinato di 36 piedi dal valore di circa 120 mila euro, acquistato nel 2022. A rendere la vicenda più spinosa, l’ipotesi — rilanciata da esponenti di Fratelli d’Italia — che la barca goda di un ormeggio agevolato nel porto militare di Nisida, privilegio che sarebbe stato mantenuto anche dopo la fine del mandato istituzionale.
Fico ha reagito con durezza, parlando di “illazioni infamanti” e accusando la destra di fare “campagna elettorale sul gozzo”. Ma dietro le schermaglie da talk show resta una domanda seria, politica, che non può essere liquidata con un’alzata di spalle: dov’è finita la coerenza?
Chi ha costruito la propria credibilità sulla lotta ai privilegi non può oggi nascondersi dietro la retorica del complotto mediatico. Non è la proprietà di una barca in sé a scandalizzare — il problema è il messaggio. È la distanza tra la narrazione di una vita “normale”, quella del bus e della coerenza etica, e la realtà di un ex presidente della Camera che evita di chiarire in modo trasparente le modalità di ormeggio e la dichiarazione patrimoniale prevista dalla legge 441/1982.
La sinistra, quella vera, quella che ha fatto della giustizia sociale e della moralità pubblica un pilastro della propria identità, non può permettersi di voltarsi dall’altra parte. Perché quando chi si è presentato come alternativa ai privilegi si scopre immerso nelle stesse logiche che un tempo denunciava, il danno non è solo personale: è politico, collettivo. E a pagarne il prezzo sono i cittadini che ancora credono in un’idea di onestà come pratica quotidiana, non come bandiera elettorale da sventolare a intermittenza.
La destra, certo, cavalca la polemica per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti e dalle proprie ipocrisie — ma ciò non assolve Fico. Anzi, rende ancora più urgente un gesto di trasparenza vera, non imposta ma sentita. Perché se la sinistra vuole tornare credibile, deve essere spietata prima di tutto con se stessa.
Il “caso gozzo” non è un dettaglio di gossip politico, ma il sintomo di un male più profondo: la perdita del senso di misura, la confusione tra simbolo e sostanza. E allora sì, forse davvero — come diceva un vecchio slogan — serve “un altro modo di fare politica”. Uno in cui chi parla di uguaglianza non navighi, letteralmente, in acque privilegiate.
Ciro Crescentini
