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Carotenuto: “Il Pnrr, meno Stato per le persone fragili più profitti ai privati”

Redazione by Redazione
17 Giugno 2021
in Campania, Notizie correlate
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Il servizio di welfare prestato si trova dentro una cornice restrittiva fatta di compatibilità di bilancio

Proviamo a partire con una domanda: dopo la pandemia le persone più fragili come si proteggono meglio, con più o meno Stato? Con i finanziamenti europei anziani non autosufficienti, disabili, minori, troveranno una dimensione fortemente caratterizzata dall’intervento del Terzo Settore, ovvero le prestazioni sociali a favore dei soggetti fortemente a rischio di esclusione sociale dovranno sottostare alla logica del mercato.

Il servizio di welfare prestato si trova dentro una cornice restrittiva fatta di compatibilità di bilancio, tariffazione (costo/ora), utile d’impresa (sociale) e precarietà lavorativa, tutti elementi che condizionano pesantemente la qualità del servizio a favore delle persone in difficoltà.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) lascia intravedere una dimensione progettuale, in tal senso, poggiata sul privato e sul privato sociale. Insomma, meno Stato per le persone più indietro. Piaccia o meno di questo si tratta!

Raffaele Carotenuto

Il voler considerare (quasi) distinte le funzioni sociali da quelle sanitarie, segna un pericoloso arretramento rispetto all’ultimo ventennio in tema di integrazione socio-sanitaria, piuttosto che recuperare con un intervento legislativo (unico) a favore degli anziani non autosufficienti, partendo dalla legge 328/2000 (legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali), si preferisce rimandare la sistematizzazione della materia ad un arco temporale entro la fine della legislatura (2023).

Il potenziamento delle Residenze Sanitarie Assistite (RSA) e delle case di cura ne chiudono il cerchio, come se nulla avesse insegnato la pandemia. Le persone anziane si “rinchiudono” ancora di più in quei luoghi gestiti da privati che non poche colpe hanno maturato sulla distruzione di una generazione, ovvero l’aver “spezzato” vite dalla sera alla mattina, isolandole dalla società e dal mondo.

Purtroppo la vision per il trattamento delle persone di età avanzata e dei disabili non si caratterizza con la previsione di interventi integrati e unitari, non si rimarca come momento unico di presa in carico, queste vengono viste come due problemi (quasi) distinti. Un errore strategico ed un arretramento culturale.

Anche i minori a rischio di povertà educativa verranno affidati alle “cure” del privato sociale, si prevede il coinvolgimento di circa 2000 soggetti del terzo settore per la presa in carico di 50 mila minori a rischio devianza. Nei soli maggiori 4 aggregati metropolitani di Roma, Milano, Napoli e Torino, vivono 2.190.029 bambini e adolescenti (Openpolis – 2019).

Quindi, numeri trattati completamente insufficienti, deresponsabilizzazione dello Stato e nessuna strategia di recupero dei divari di cittadinanza tra nord e sud. In questo quadro si corre il concreto rischio che il trattamento delle persone con una fragilità sociale vengano prese in carico non tanto per il bisogno che esprimono, ma per la condizione sociale in cui si trovano.

I differenziali tra le diverse aree del paese, con questo sistema, aumenteranno piuttosto che recuperare terreno. Un piano nazionale che segnerebbe ulteriore divisione e lacerazioni mai sopite, piuttosto che diminuirle, non serve al sud, men che meno ad un intero paese ancora non compiuto dal punto di vista socio-economico.

Dopo una pandemia, che ha stravolto ulteriormente le differenze geografiche, si aspetterebbe una legislazione quadro, una regia nazionale, una unitarietà d’azione, elementi che non si individuano. Sembrerebbe, al contrario, che la mano scrivente abbia avuto il compito di fare selezione, lasciando ai margini fette di popolazione che avrebbero urgentemente bisogno di alzare la testa.​

L’intervento di una classe dirigente, quindi della politica, non dovrebbe predeterminare persone e luoghi, ma adoperarsi per la generalità dei cittadini, indipendentemente dal territorio e dalla classe sociale di appartenenza di questi.

Ecco che la politica diventa qualcosa di concreto, che sceglie sulle nostre vite. Non è un concetto filosofico, ma estremamente pratico e che influenza come stare al mondo.

Così come non diventa ideologico pretendere più Stato nelle decisioni pubbliche, ma più onesto ed efficace governarne l’azione. Gli interventi nello stato sociale non delegati al privato sono meno dispendiosi (si evita l’utile d’impresa), offrono lavoro meglio retribuito e duraturo (si evita la precarietà), vengono direttamente controllati e sono meno assoggettabili ai limiti di bilancio (in presenza di una legge unica con copertura finanziaria pluriennale).

Semmai è il privato che sin qui ha fatto spesso selezione e contrapposizione sociale.

Finanche nello sport le cifre che mette a disposizione il PNRR lascerebbero individuare uno “sbilanciamento” privato. Si destinerebbero appena 300 milioni per le infrastrutture sportive nelle scuole pubbliche e 700 milioni per la creazione di impianti sportivi e parchi attrezzati, sicuramente a gestione privatistica (turismo sportivo estivo ed invernale).

Per finire, bisogna porre attenzione a due insidie: 1) evitare i progettifici, ovvero disegnare interventi senza efficacia e senza prevederne i risultati attesi. 2) impedire che il sociale si collochi al servizio dei professionisti del settore, che non sempre è sinonimo di competenza.

Troppo spesso si gratificano società di formazione che “offrono” figure quali consulenti, esperti, formatori, che inventano presunti percorsi formativi specifici, giammai transito verso il lavoro vero.

Quando il welfare di comunità era più florido e gli enti locali hanno messo in campo un protagonismo per le politiche sociali, si è assistito alla proliferazione di operatori che hanno letteralmente assoggettato il sociale, con prestazioni ed interventi che finivano per essere ciò che avrebbero dovuto e saputo fare i Comuni, peraltro ad un costo maggiore.

Insomma, qualche analisi in questa domanda c’è, si aspettano le risposte.

Raffaele Carotenuto

L’intervento di una classe dirigente, quindi della politica, non dovrebbe predeterminare persone e luoghi, ma adoperarsi per la generalità dei cittadini, indipendentemente dal territorio e dalla classe sociale di appartenenza di questi. Ecco che la politica diventa qualcosa di concreto, che sceglie sulle nostre vite. Non è un concetto filosofico, ma estremamente pratico e che influenza come stare al mondo. Così come non diventa ideologico pretendere più Stato nelle decisioni pubbliche, ma più onesto ed efficace governarne l’azione. Gli interventi nello stato sociale non delegati al privato sono meno dispendiosi (si evita l’utile d’impresa), offrono lavoro meglio retribuito e duraturo (si evita la precarietà), vengono direttamente controllati e sono meno assoggettabili ai limiti di bilancio (in presenza di una legge unica con copertura finanziaria pluriennale). Semmai è il privato che sin qui ha fatto spesso selezione e contrapposizione sociale. Finanche nello sport le cifre che mette a disposizione il PNRR lascerebbero individuare uno “sbilanciamento” privato. Si destinerebbero appena 300 milioni per le infrastrutture sportive nelle scuole pubbliche e 700 milioni per la creazione di impianti sportivi e parchi attrezzati, sicuramente a gestione privatistica (turismo sportivo estivo ed invernale). Per finire, bisogna porre attenzione a due insidie: 1) evitare i progettifici, ovvero disegnare interventi senza efficacia e senza prevederne i risultati attesi. 2) impedire che il sociale si collochi al servizio dei professionisti del settore, che non sempre è sinonimo di competenza. Troppo spesso si gratificano società di formazione che “offrono” figure quali consulenti, esperti, formatori, che inventano presunti percorsi formativi specifici, giammai transito verso il lavoro vero. Quando il welfare di comunità era più florido e gli enti locali hanno messo in campo un protagonismo per le politiche sociali, si è assistito alla proliferazione di operatori che hanno letteralmente assoggettato il sociale, con prestazioni ed interventi che finivano per essere ciò che avrebbero dovuto e saputo fare i Comuni, peraltro ad un costo maggiore. Insomma, qualche analisi in questa domanda c’è, si aspettano le risposte. Napoli, 17 giugno 2021 Raffaele Car

Tags: persone fragiliPiano Nazionale di Ripresa e Resilienzapnrr
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