SALERNO LETTERATURA · L’APERTURA DELLA XIV EDIZIONE
All’Atrio del Duomo la prolusione inaugurale è diventata un dialogo — moderato dalla giornalista Mirella Armiero — sulla decisione di togliere a Erri De Luca la lezione d’apertura. Tra la difesa della scelta e una riflessione sulla parola «nei tempi inquieti».
SALERNO — La quattordicesima edizione di Salerno Letteratura si è aperta sabato 13 giugno nel segno della parola e di una scelta che ha fatto discutere l’Italia culturale. Al posto della tradizionale prolusione — affidata in origine a Erri De Luca e poi spostata dopo le sue dichiarazioni su sionismo e Gaza — i due direttori artistici, Gennaro Carillo e Paolo Di Paolo, sono saliti sul palco dell’Atrio del Duomo per un confronto pubblico, condotto dalla giornalista Mirella Armiero, responsabile delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno.
La serata, preceduta da una lettura di versi di Alfonso Gatto a cura di Marianna Esposito con la Fondazione Alfonso Gatto, è ruotata attorno al verso del poeta salernitano — scomparso cinquant’anni fa — che dà il titolo all’edizione: «Il cuore desto avrà parole. Letteratura nei tempi inquieti». Ma il primo nodo affrontato è stato proprio il caso che ha tenuto banco per settimane.
«Non gli abbiamo tolto la parola»
A ricostruire la vicenda è stato Paolo Di Paolo. La prolusione, ha spiegato, era nata da un’idea condivisa: il gancio sarebbe stato un verso di Gatto, poeta amato dal padre di De Luca. Poi è uscita l’intervista a un quotidiano israeliano, ripresa in Italia da Il Foglio. «Ho letto l’intervista e, come tanti, sono rimasto un po’ attonito», ha raccontato il direttore, definendo De Luca «uno scrittore importante, autorevole e amato».
Da qui la decisione di spostare l’incontro dalla cornice solenne dell’inaugurazione, mantenendolo però nel programma. «Lo spostiamo da questa cornice della prolusione», la formula usata: non un’esclusione, ha insistito Di Paolo, e nemmeno una diminutio, «perché sarebbe veramente sgradevole nei confronti di 185 ospiti». Allo scrittore è stato proposto un altro spazio tra i 200 incontri del festival; De Luca ha declinato, adducendo motivi personali. In segno di protesta lo scrittore Roberto Cotroneo ha rinunciato alla propria partecipazione.
Di Paolo ha respinto con nettezza l’accusa di censura, distinguendola da quanto effettivamente accaduto: «Dire a un ospite “ti revoco l’invito” è cosa ben diversa dal chiedergli di spostare l’incontro — anche, se non vi sembra ipocrita, per tutelare lui stesso». Dietro la scelta, ha aggiunto, la preoccupazione di non far diventare la rassegna, per semplificazione mediatica, «il festival dei collaborazionisti sionisti», con il rischio di «uno stillicidio di defezioni» e di una comunità spaccata. «Non mi piace proprio l’idea della censura e del togliere la parola a nessuno — ha precisato — ma la responsabilità, in questo caso, implicava un minimo di prudenza».
La parola e la guerra
Sollecitato da Armiero sul tema dell’edizione, Carillo — docente di Storia del pensiero politico — ha spostato il discorso sul linguaggio. La parola «guerra», ha osservato, «era indicibile fino a qualche anno fa, adesso inizia a circolare»: «Si sono sdoganate troppe parole, troppe retoriche». Accettare la guerra «come una legge di necessità, come un fatto ontologico» è per il direttore «un sintomo della barbarie di questi tempi».
Da qui un affondo sul mestiere dell’informazione. Il problema più «inquietante», ha detto Carillo, è che «anche la stampa sulla carta ha condiviso le retoriche brutaliste dei social media». Quando la carta stampata adotta «le strategie discorsive proprie della semplificazione brutale dei social, perde qualunque ragione d’essere». La vicenda De Luca, ha concluso, è stata «uno spaccato impressionante dello stato di salute della comunicazione in Italia».
«Non siamo pentiti»
Alla domanda della giornalista — se invitereste De Luca l’anno prossimo, e se vi siete pentiti — i due hanno risposto a viso aperto. Di Paolo ha escluso ogni calcolo: «È ridicolo pensare che abbiamo architettato un’operazione pubblicità: saremmo o dei geni o delle menti malate». Ripetere l’invito, ha detto, «sarebbe comunque imbarazzante».
Più netto Carillo: «Io non sono pentito, nonostante sia assalito da dubbi costantemente». Il punto, ha spiegato, riguarda di nuovo la parola: «Questo è un paese in cui la parola non conta più nulla, in cui nessuno viene inchiodato alle parole che dice. Dobbiamo tenere ferme le nostre parole, senza dissimulare il travaglio che sta dietro questa decisione». E ha chiuso con un’immagine: «Lo stato della cultura italiana è talmente comatoso che se alla rana provochi un sussulto galvanico — e questo è stato un sussulto galvanico — forse non è proprio male».
Salerno Letteratura prosegue fino al 20 giugno con oltre 180 ospiti.
