L’Università Federico II riutilizza l’imbarcazione “Julia” per attività didattiche e ambientali
Si chiama “Federica”, ma la sua storia comincia molto lontano da un’aula universitaria o da un progetto di ricerca. Era una barca a vela, modello Oceanis 381, conosciuta come “Julia”, utilizzata da reti criminali per il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. Oggi, però, quella stessa imbarcazione ha cambiato completamente destino: da simbolo di sfruttamento e clandestinità è diventata uno strumento di conoscenza, formazione e ricerca.
Il suo percorso di trasformazione prende avvio il 6 maggio 2023, quando la Guardia di Finanza la intercetta nelle acque siciliane. A bordo si trovano 71 migranti, tra cui donne e minori, provenienti principalmente da Afghanistan e Iran. Persone in fuga da guerre e crisi profonde, che avevano affrontato un viaggio rischioso pagando cifre altissime agli scafisti, nell’ordine di circa 10 mila dollari a testa.

Successivamente sequestrata e affidata dal Tribunale di Siracusa, l’imbarcazione entra in una nuova fase della sua esistenza grazie all’Università degli Studi di Napoli Federico II, che ne promuove il recupero e il riutilizzo. Ribattezzata “Federica”, la barca viene restituita al mare con una funzione completamente diversa: diventare laboratorio galleggiante per attività scientifiche, didattiche e di divulgazione.
Oggi l’imbarcazione è ormeggiata nel Comune di Bacoli, presso i pontili della Lega Navale, pronta a salpare per nuove missioni che non hanno più nulla a che vedere con la criminalità. A bordo si svolgeranno attività di ricerca sull’ambiente marino-costiero, esperienze formative per studenti universitari e progetti di avvicinamento delle scuole superiori ai temi della sostenibilità e della tutela degli ecosistemi.
Il progetto coinvolge diversi dipartimenti dell’ateneo, tra cui Farmacia, Biologia e Scienze della Terra, che collaborano per trasformare la barca in un vero e proprio spazio di studio sul campo. Un’iniziativa che rientra anche nelle attività di “terza missione”, con l’obiettivo di avvicinare i più giovani alla conoscenza del mare e alla sua salvaguardia.
Ma il valore del progetto va oltre la ricerca. L’imbarcazione diventa anche simbolo di riscatto civile: un bene sottratto alla criminalità organizzata e restituito alla collettività. Un messaggio che si rafforza ulteriormente grazie al contesto in cui opera, tra Bacoli e il Golfo di Napoli, dove l’università ha già una presenza attiva in altri beni confiscati e riutilizzati per fini pubblici.
A rendere ancora più significativo il progetto è la collaborazione con il mondo dello sport velico internazionale, in particolare con le iniziative legate all’America’s Cup, che contribuiranno a valorizzare la barca anche come piattaforma per la promozione della cultura del mare e della vela.
Dietro questa nuova vita di “Federica” c’è un lavoro condiviso tra istituzioni, università, forze dell’ordine e realtà locali come la Lega Navale, che ha accolto con disponibilità l’imbarcazione. Un percorso che unisce legalità, ricerca e formazione, trasformando un mezzo nato per il traffico illecito in uno strumento di crescita e conoscenza.
Oggi “Federica” non racconta più una storia di confine e clandestinità, ma una traiettoria diversa: quella della restituzione, della scienza e dell’educazione. E nel porto di Bacoli, ferma tra terra e mare, rappresenta un segnale concreto di come anche ciò che era stato sottratto alla dignità possa tornare a generare valore pubblico.
Nino Stella

