7 mila persone al Capodanno organizzato dal Collettivo di fabbrica della Gkn

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Diario di un accompagnatore clandestino del “Gruppo Popolare Terra e Lavoro” al Capodanno della Gkn 7 mila persone arrivate da tutta Italia per il Capodanno organizzato dal Collettivo di fabbrica Gkn, tra cui il sottoscritto.

L’Italia non è più divisa tra Nord e Sud, ma tra le alte velocità e quelle bassissime. Una scissione che divide il paese in poli artici e atlantici, dove tra le estremità ghiacciate non ci sta più nessun comun denominatore possibile.

Un eterno presente dove si cumulano ritardi e sconfitte, esattamente come negli scenari desertificati delle piccole stazioni ferroviarie abbandonate. Simboli, fantasmi di un’Italia fagocitata dalla paura e dal degrado, data in pasto ad un thatcherismo criminale che ha ingoiato Valori, decenze e speranze.

Tutto cancellato, tutto smorto, con la Meloni che esegue indisturbata il funerale della Italia nata dalla Resistenza.

Così arrivare alla Gkn mi ha tolto il fiato da bocca e anche tentare di scriverne mi emoziona e mi rende patetico. Perché allo spettro della nuova schiavitù, gli operai della Gkn hanno opposto Dignità, Solidarietà, Forza. Un’oasi di Resistenza, ma anche di intelligenza e allegria che sbuca come un fungo gioioso tra le macerie del capitalismo cannibale delle periferie industriali. No luoghi, dove le insegne sono identiche ovunque e dove gli stessi stabilimenti, tranne quello della Gkn, sono trasformati in lager di logistica e commercio: ipermercati di consumo, dove la produzione, il saper fare, scompare nei carrelli dei discount esistenziali, oltre che economici.

Ma l’aria di festa ha subito travolto le mie riflessioni. Belle facce operaie, tanti giovani coloratissimi e un mix sociale che denota l’intelligenza comunicativa del Collettivo Gkn, capace di coinvolgere mondi così distanti anagraficamente ed economicamente.

Anche dentro di me si sono cancellate ere geologiche e quando ho incontrato un amico che non vedevo da 25 anni è scesa immediatamente tra noi la stessa empatia. Come con il militante della Val di Susa che ho conosciuto: scavato dalla vita, ma con rughe buone, persino infantili quando mi narra dei suoi record di arresti.

Un siciliano pazzo che difende una terra non sua e che per questo paga prezzi altissimi. Ma è allegro. È l’aspetto terapeutico della Lotta, dello stare veramente insieme, quello che ti fa sentire un granello di sabbia nella clessidra del tempo e che, nel fisiologico precipitare nella insostenibile certezza della fine, ti fa agguantare solo le cose vere: La Pace, La Giustizia, L’Uguaglianza.

Sul palco si sono alternati gruppi musicali e interventi politici ed è stato molto intenso alla mezzanotte improvvisare un corteo.

Quando la mattina seguente sono ripassato a vedere, ci stavano ancora volontari a pulire e a sistemare ogni cosa. Esattamente come una veglia operaia: sembrava che la festa vissuta insieme avesse dato ad ognuno di noi una nuova speranza. Un sentire che, pur concentrandosi sulla specifica problematica o vertenza, riesca però ad unire quella universalità che spinge l’Uomo a non diventare un gorilla ammaestrato o un livido e narcisista militante da telefonino.

Essere Comunisti oggi è legarsi in modo ottuso a queste esperienze di Resistenza, farlo per non soccombere al serpe indifferente che è dentro ciascuno di noi. Il viaggio di ritorno è stato un alternarsi tra le due Italie, tra le due velocità, ma anche tra i miei due IO: quello indifferente da telefonino che cercava di distruggere la magia della veglia operaia e quello Gramsciano che rivendicava quel “cuore, occhi e cervello” per leggere e reggere la realtà: se ci contagiamo di vita, di variante Operaia, diventiamo sicuramente imbattibili, almeno contro noi stessi.

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