Incontro lampo alla Casa Bianca tra Trump, i leader europei. L’ingresso dell’Ucraina nella NATO non è sul tavolo. Gli Stati Uniti non prenderanno provvedimenti contro la Russia. La parola d’ordine ora è “pace sostenibile”, non più “vittoria a ogni costo”
Non c’è stato bisogno di proclami né di strette di mano teatrali. Alla Casa Bianca è bastata una mappa appesa alla parete per far capire chi tiene in mano le redini del destino ucraino. Donald Trump ha ricevuto Volodymyr Zelensky e i principali leader europei in un vertice ad alta tensione, ma dalla durata sorprendentemente breve. Pochi minuti di dichiarazioni pubbliche, poi porte chiuse e un clima che nessuno ha finto di addolcire.
Zelensky, l’ex attore comico salito al potere sull’onda dell’antipolitica, è apparso come mai prima: silenzioso, prudente, persino sottomesso. Il leader che fino a pochi mesi fa chiedeva armi e sanzioni con tono ultimativo, oggi ascolta. E basta.
Trump, invece, ha parlato. E ha dettato la linea. Ha parlato di “giornata produttiva”, di “progressi significativi” e, soprattutto, di una pace possibile. Una pace che però – lo ha fatto capire senza mezzi termini – passerà da compromessi concreti. Inclusa la questione più scottante: i territori.

Alle sue spalle, nello Studio Ovale, campeggiava una grande mappa dell’Ucraina. Una cartina senza didascalie ma con un dettaglio eloquente: le zone oggi controllate dall’esercito russo erano colorate di rosa. Circa il 20% del paese. Nessuna spiegazione ufficiale, ma il messaggio era chiaro: quella è la nuova realtà con cui Kiev dovrà fare i conti.

Trump ha parlato della possibilità di un vertice trilaterale con Vladimir Putin e Zelensky, forse in Alaska, nel tentativo – definito “miracoloso” – di chiudere il conflitto. Non è più il tempo delle promesse, ma delle soluzioni. E il presidente americano ha lasciato intendere che gli Stati Uniti non intendono più difendere a oltranza la posizione ucraina.
“Putin e Zelensky possono mettersi d’accordo. Serve solo volontà politica,” ha dichiarato Trump. “Stiamo lavorando a un’intesa che includa garanzie di sicurezza, scambi territoriali e cessate il fuoco. Non ci sono problemi troppo complicati, solo decisioni da prendere”
Zelensky ha ascoltato in silenzio. Quando ha preso la parola, il tono era distante anni luce da quello battagliero degli ultimi summit. “Colloqui molto buoni,” si è limitato a dire. Ha parlato di garanzie di sicurezza, di sistemi Patriot, di addestramento e intelligence. Ma non una parola sui territori. Non una smentita. Nessuna linea rossa. Di fronte ai giornalisti, ha evitato la domanda più spinosa: è pronto a cedere qualcosa?
Fonti europee – riportate dal Wall Street Journal – affermano che Kiev starebbe valutando la possibilità di accettare il controllo de facto della Russia su alcune regioni, pur rifiutando di riconoscerlo de jure. Una posizione ambigua, certo, ma che tradisce un dato incontestabile: la resistenza assoluta sta lasciando il posto al calcolo.

I leader europei, presenti in forze a Washington, si sono mostrati prudenti. Emmanuel Macron ha definito l’incontro “essenziale” e ha sostenuto l’idea di un tavolo trilaterale, affiancato eventualmente da un formato quadripartito con l’UE. Ursula von der Leyen ha ribadito l’impegno a fornire garanzie simili all’articolo 5 della NATO, pur evitando di parlare di adesione vera e propria. Keir Starmer ha sottolineato che la sicurezza dell’Europa passa da Kiev, ma non ha fatto promesse. Giorgia Meloni ha garantito che “l’Italia farà la sua parte”, chiedendo però che venga mantenuta l’unità.
Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha ammesso che il dialogo tra Trump e Putin ha fatto passi avanti rispetto ai mesi scorsi. “Siamo vicini a una svolta,” ha detto. “Se agiamo nel modo giusto, possiamo fermare la guerra” Dello stesso tenore le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz: “Vogliamo un cessate il fuoco immediato. I prossimi negoziati saranno difficili, ma necessari.”
Trump ha infine chiarito che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO non è sul tavolo. E che gli Stati Uniti non prenderanno provvedimenti contro la Russia nell’immediato. La parola d’ordine ora è “pace sostenibile”, non più “vittoria a ogni costo”. Washington, insomma, ha archiviato la stagione degli ultimatum a Mosca. E ha iniziato quella degli ultimatum a Kiev.
Zelensky – che nei mesi scorsi aveva lasciato Washington dopo un brusco alterco con Trump – è tornato oggi in un ruolo radicalmente diverso. Nessun applauso, nessun palco. Solo una lunga riunione dietro porte chiuse e, forse, una lezione di realpolitik. È la nuova fase della guerra, in cui anche l’ex comico deve abbassare il tono.
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