Strage stazione di Bologna, la memoria e l’ipocrisia

In 40 anni lo Stato non trova mandanti e movente dell’eccidio più sanguinoso della storia repubblicana, ma la sfilata di massime autorità celebra un retorico rito annuale

La sfilata di massime cariche dello Stato chiede “verità” è “giustizia”, ma a 40 anni dalla strage è ormai surreale. Per la bomba alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980, si conoscono gli esecutori. Non i mandanti, né il movente. Eppure, anche quest’anno si ripete il rituale. Alla “esigenza piena di verità e giustizia” si richiama il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “È tempo di aprire i fascicoli. – invoca la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, dal palco della commemorazione nel capoluogo felsineo – È tempo di toglierli dai cassetti. Bologna non è più soltanto un caso giudiziario: è diventata un argomento storico! E la storia non si scrive con i segreti di Stato, con i silenzi o con gli omissis”. Ma tutto suona come fuori tempo massimo, a 40 decenni dalla più grave strage della storia repubblicana. Casellati ricorda “il lavoro fatto con il collega Roberto Fico per desecretare gli atti”. Ora tocca al Governo intervenire. “Occorre non soltanto ricercare la verità sulle singole stragi ma – dichiara il presidente della Camera – fare anche luce piena su quel disegno unitario – la cosiddetta ‘strategia della tensione’ – alla base degli attentati che hanno insanguinato il nostro Paese. Ce lo impone il rispetto delle vittime e dei loro familiari, e il nostro essere una comunità”. Giuseppe Conte condivide: “Siamo al fianco dei familiari, di chi crede nello Stato, dei magistrati impegnati a squarciare definitivamente il velo che ci separa dalla verità. Lo dobbiamo alle 85 vittime innocenti, lo dobbiamo a noi stessi”. Ma siamo ancora alle promesse. Uno spiraglio sembra aprirsi dopo l’ergastolo al quarto Nar, Gilberto Cavallini. Ma soprattutto dopo l’inchiesta della Procura generale, da cui emergono che i nomi dei presunti mandanti: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, Mario Tedeschi. Piccolo dettaglio: a 40 anni dai fatti, sono tutti morti. “Le speranze di ottenere una completa verità sull’episodio piu’ atroce della storia del nostro Paese cominciano a realizzarsi – sostiene il presidente dell’associazione dei parenti delle vittime, Paolo Bolognesi – il 2 agosto 1980 non scoppiarono caldaie, non fu una fatalità, non un errore di comunisti palestinesi, ma una spietata volontà di terroristi fascisti, una bomba nera con la copertura sistematica di settori importanti dello Stato, Servizi Segreti e loggia massonica P2″. Bolognesi punta il dito contro due condannati definitivi, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro: “Non hanno mai collaborato, oggi sono pienamente liberi e spesso trattati come star. Ed è sconvolgente”. Intanto in piazza vengono letti, nel silenzio, i nomi delle 85 vittime. Vittime ricordate senza giustizia, in 40 anni.

(Foto Paolo Borrometi/Twitter)

Condividi sui social network
  • gplus
  • pinterest