Produzione esternalizzata a Prato: profitti fino al 300% sui costi
Una delle principali catene del fashion retail italiano è finita sotto amministrazione giudiziaria. Piazza Italia Spa, società con sede a Nola e punti vendita in tutta Italia, è stata colpita da un provvedimento disposto dal Tribunale di Firenze su richiesta della Procura di Prato. Secondo i magistrati, la produzione di parte dei capi venduti dal marchio sarebbe passata per un sistema fondato sullo sfruttamento della manodopera, attraverso il ricorso a laboratori illegali di Prato. Un meccanismo che avrebbe garantito forti margini di profitto comprimendo diritti, salari e condizioni di sicurezza.
La Procura pratese ha ottenuto l’applicazione della amministrazione giudiziaria, misura di prevenzione patrimoniale adottata nei confronti della società per azioni campana. È il primo provvedimento di questo tipo in Toscana. L’accusa è di aver colposamente agevolato l’attività di sfruttamento lavorativo, esternalizzando una parte rilevante della produzione per circa tre anni, a partire dal 2022, a due imprese con sede a Prato.
Le aziende, che si sono succedute nello stesso stabilimento, erano gestite da imprenditori di origine cinese oggi indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Secondo l’impianto accusatorio, questo assetto produttivo consentiva alla committente di abbattere i costi, praticare prezzi anticoncorrenziali e rafforzarsi nella fascia medio-bassa del mercato.
Il procuratore Luca Tescaroli ha stimato che i margini di guadagno generati dal sistema raggiungessero circa il 300% rispetto ai costi di produzione. Gli abiti così realizzati venivano poi distribuiti attraverso la rete commerciale del marchio.
Nel motivare il provvedimento, il Tribunale per le Misure di prevenzione di Firenze ha contestato alla società una colpevole inerzia e una totale assenza di vigilanza sulle imprese terziste. Non risultano controlli sulla reale capacità imprenditoriale dei fornitori.
Le indagini hanno inoltre accertato l’impiego di manodopera irregolare, anche composta da immigrati privi di permesso di soggiorno, costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento, con orari e retribuzioni fuori norma e in contesti abitativi e di sicurezza degradanti.
Secondo la Procura, nei rapporti tra la società committente e i laboratori non sono stati rinvenuti contratti strutturati, audit o verbali di controllo. L’unico elemento verificato riguardava la qualità dei prodotti forniti, non le modalità della loro realizzazione.
Ciro Crescentini
