Referendum: perchè la vittoria del Si è contro lo spirito della Costituzione

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

In democrazia, la Costituzione e le sue leggi devono essere rispettate così come devono esserlo le scelte del popolo sovrano, anche quando sembrano le più sbagliate, infondate e autolesioniste.

I noti risultati del referendum parlano chiaro: 69,96% dei voti per il Sì e 30,05% per il No sulla base di un’affluenza molto bassa (53,84%) rispetto alla posta in gioco. Non c’è mai, però, un fatto politico che non spinga a formulare delle riflessioni su ciò che è stato e su ciò che potrà essere.

Le elezioni. Non si può, di certo, trascurare l’impatto avuto dalle concomitanti elezioni regionali sul risultato del referendum. Votare per un candidato del PD alle regionali, per esempio, e dover scegliere, poi, tra il Sì e il No al referendum, ha posto un problema di temporanea opportunità politica che, nel pensiero di molti, deve essersi sovrapposto alla ben più complessa e fondamentale decisione sui criteri di rappresentatività politica al Parlamento e al Senato.

La decisione del governo di riunire due votazioni così diverse in una sola tornata elettorale appare, dunque, scorretta perché la maggioranza, di fatto, ha temuto l’effetto destabilizzante che una vittoria del No avrebbe potuto avere sull’attuale esecutivo. In conclusione, molti hanno preferito dare un bel colpo d’ascia alla nostra Costituzione e alla nostra libertà di eleggere candidati al Parlamento e al Senato pur di salvare un governo mediocre insieme ad un movimento politico (i 5S) in forte calo di consensi per via delle molte promesse non mantenute.

Quel 30% che ha votato No, milioni di persone, rappresenta, comunque, un Paese che usa la testa e che non amputa le istituzioni democratiche per favorire le trovate demagogiche di partiti a caccia di consenso e potere. Tuttavia, si è rivelata vana la speranza che ancora una volta, dopo i referendum costituzionali del 2006 e del 2016, il popolo italiano si sarebbe dimostrato migliore dei suoi demagoghi di turno.

Sulla Costituzione. Come già sottolineato su Il Desk (https://bit.ly/3mPZtQX), va ricordato che le Costituzioni sono soprattutto formazioni storiche e che, per il loro stesso carattere umano, non possono essere plasmate secondo criteri logici astratti o matematici (nel caso della definizione dei criteri di rappresentatività). Ora, la Costituzione italiana è stata forgiata nel fuoco dell’antifascismo e sulla base di culture e visioni politiche ben definite oltre che diverse tra loro (principalmente, tra i fondatori, vi erano cattolici, comunisti, socialisti, liberali, azionisti, repubblicani). In un contesto quale quello del secondo dopoguerra e sull’orlo di una guerra civile per una definitiva resa dei conti tra coloro che, fino a poco prima, erano stati fascisti e gli antifascisti, i partiti politici intrapresero la difficile via della cooperazione democratica e pluralista per dare vita alla Prima Repubblica in seguito al definitivo accantonamento (tramite referendum popolare) della monarchia sabauda, screditata per aver avallato tutti i misfatti del ventennio fascista fino alla rovina dell’entrata in guerra al fianco della Germania nazista.

Non si tratta, qui, di idealizzare il passato. Il cammino della Repubblica ha continuato a essere insidiato dalla sottocultura fascista. Questo elemento, sempre latenti nella vita politica del Paese, potrebbe aver avuto un’influenza negativa nello sviluppo complessivo del nostro costume democratico. Bisognerà, comunque, iniziare a riflettere sul risultato di questo referendum e sulla eventualità che qualcosa si sia definitivamente rotto, che lo spirito della nostra Carta costituzionale – tutto concentrato nel difficile sforzo di promuovere una rinnovata cultura democratica dopo lo svilimento del ventennio fascista – sia sfiorito.

Chi scrive, continua a sperare e a credere che non sia così, ma bisogna iniziare a tenere conto di almeno 3 fattori che hanno caratterizzato la vittoria del Sì:

1) I troppi “Nì” che si sono schierati, più o meno implicitamente, al fianco del fronte del No, ma senza dichiarare apertamente quanto sarebbe stato necessario recarsi alle urne e, soprattutto, votare No, come giustamente ha sottolineato Massimo Villone (https://ilmanifesto.it/perche-il-no-darebbe-una-spinta-alle-riforme/). La logica del voto utile, del male minore o, se si preferisce, la paura della caduta di questo governo ha fatto presa su molti. E a maggior ragione, sarebbe stato necessario indicare che lo Stato e la Costituzione sono una cosa (e, dunque, bisognava spiegare perché votare No al referendum), mentre i governi, i partiti e le loro vicende elettorali sono tutt’altra faccenda. La dialettica politica esistente dietro questo referendum (i diritti costituzionali dei cittadini da un lato e, dall’altro, l’interesse della casta attualmente al governo di trasformare il Parlamento in un piccolo consesso di nominati e manovrati dall’alto) andava indicata con chiarezza e smascherata bene.

Al contrario, il sostegno equivoco al No (equivoco perché non ha indicato i motivi per cui questo esecutivo stava per mettere sotto attacco la nostra Costituzione) ha tolto molta forza e molte ragioni per spiegare l’importanza del dover respingere questa riforma. E gli argomenti sulla intoccabilità della Costituzione si sono rivelati troppo deboli per tanti cittadini che sentono i morsi della crisi economica, della disoccupazione e del lavoro precario. È anche così che l’odio verso un nemico immaginario (la casta, in questo caso) ha raccolto molti più frutti in termini di consenso. A tal proposito, sono illuminanti le parole del filosofo e giurista, Gaetano Filangieri: “Dove la verità non si può dire apertamente, è segno che la virtù è timida, e che la forza prevale; è segno che l’intrigo e la cabala ha parte nelle assemblee; è segno finalmente che una mano occulta, ma tirannica, chiude la bocca della libertà, per non far sentire le grida dell’interesse pubblico” (La Scienza della Legislazione, Libro I, Capo X).

Con la vittoria del Sì, di fatto, questo governo esce rafforzato non solo sul piano della sua temporanea stabilità, ma anche sulla base di una permanente riduzione del potere legislativo (Parlamento e Senato) in favore del potere esecutivo. Di questo passo, e senza una legge elettorale proporzionale che permetta l’accesso al Parlamento anche ai partiti minori, Conte potrebbe governare anche fino al 2043;

2) Il M5S è riuscito a portare al traguardo uno dei suoi cavalli di battaglia: l’amputazione del Parlamento, in favore di un sistema maggioritario dove gli eletti sono dei nominati dai vertici di partito. La stessa prassi interna al M5S ne è l’esempio più acclarato. E qui arriviamo al terzo elemento che non è riuscito ad emergere, come sarebbe stato necessario, nel dibattito pubblico: il problema del reclutamento e della formazione politica all’interno dei partiti (intesa proprio come studio organizzato delle dottrine politiche).

Il risultato di questo referendum può spiegarsi anche e, forse, soprattutto così: l’attuale sistema politico non è all’altezza del mandato costituzionale. Perché chi rappresenta il popolo italiano, invece di sforzarsi di andare in quella direzione, procede al contrario. D’altronde, per fare un esempio, che cosa vuol dire il motto del M5S, il non essere né di destra né di sinistra? Innanzitutto, sul piano sociale, vuol dire conservare gli attuali rapporti di forza. Se nessun partito fa politica in nome di una cultura di riferimento e di una visione del mondo, in nome del perseguimento di una maggiore eguaglianza e giustizia sociale (come impone la nostra Costituzione), pare piuttosto chiaro che i più si rassegneranno all’idea che nulla potrà cambiare. In secondo luogo, dichiararsi né di destra né di sinistra può voler soltanto dire che non esiste più la politica, ma soltanto delle sue possibili soluzioni pratiche, qualunque esse siano (dal disumano blocco in mare dei barconi carichi di migranti al taglio dei Parlamentari). Di fatto, tutto ciò rappresenta una prassi specularmente opposta allo spirito politico che anima la nostra Costituzione;

3) La bassa affluenza. Questo terzo punto è collegato al secondo perché, rispetto all’importanza del quesito referendario, il basso numero di votanti sta a segnalare stanchezza e rassegnazione al fatto che la partecipazione alla vita politica non conti più di tanto (che poi, per questo referendum costituzionale, non sia stato introdotto il quorum è un’altra delle gravi nefandezze che il governo ha compiuto in questa occasione).

Ha vinto il Sì. Il sì ha vinto perché gli stessi partiti che hanno promosso e votato questa riforma compiono un’opera di svilimento e di discredito delle istituzioni pubbliche. Il sì ha vinto perché da decenni la scuola viene messa a soqquadro da provvedimenti e riforme ignobili oltre che controproducenti. Il sì vince ogni volta che un governo nazionale o un’amministrazione regionale o locale decide di abbandonare al deperimento e alla chiusura monumenti e biblioteche. La vittoria di questo Sì è nascosta dietro la crescente e diffusa abitudine al deturpamento irresponsabile (nei casi meno gravi) di campagne e paesaggi, alla bruttezza dei rifacimenti delle strade o delle costruzioni di nuovi palazzi e aree residenziali periferiche, puntualmente abbandonate al loro destino. La bruttezza viene propinata come fatto inevitabile se serve a far risparmiare (per non parlare di quando serve a far rubare). La vittoria di questo sì passa attraverso il rifacimento anonimo di antichi borghi e cittadine, attraverso la lenta cancellazione di tante storie.

E questo perché, come ci si rassegna all’oblio e alla bruttezza, si inizia anche a concepire come naturali le ingiustizie, il lavoro precario e mal pagato, le crescenti diseguaglianze sociali. È la realtà che lo impone con i fatti e le forze che si oppongono ad essa sono schiacciate proprio da chi non crede nella politica, ma soltanto alle ricette facili. Senza una visione politica, infatti, senza essere né di destra né di sinistra, si possono soltanto ritrovare dei manuali di istruzioni, ma non la memoria e non un’idea di bellezza, di giustizia, di interesse pubblico da proporre. Ed è anche per questo che chi governa ha gioco facile a guadagnare consenso trovando, di volta in volta, il capro espiatorio del momento, che sia la “casta”, il numero eccessivo di parlamentari, lo straniero o gli insegnanti fannulloni. La demagogia reazionaria si nutre proprio di questo tipo di argomenti.

Che questa rassegnazione, però, non produca soltanto passività, ma un lento fare appello a tutte le risorse spirituali affinché la nostra fragile vita democratica non si interrompa del tutto, è uno sforzo continuo che quel 30% di sostenitori del No continua a fare. Quel numero crescerà.

Per gli antichi greci, la democrazia e la civiltà si concretizzavano nell’agorà, nell’assemblea in cui i cittadini volevano rendersi conto dei problemi della città e deliberare intorno ad essi. Per loro, i barbari erano quelli che non avevano tale dimensione e che, per questo motivo, si piegavano alla tirannia del più forte. Oggi come ieri, con una rappresentanza politica fortemente limitata e pilotata da apparati di partito, corriamo il rischio di diventare sempre più un popolo servo.

Con un Parlamento e un Senato così amputati, ai vincitori del sì (ai piddini in primis poiché i 5S non hanno una vera cultura democratica) toccherà, ora, dover dimostrare che la nostra democrazia è in piena salute per via dei nuovi criteri di rappresentanza politica che dovrebbero ravvivare i legami tra i delegati al Parlamento e i cittadini che li eleggeranno. Occorrerà loro dimostrare, con i fatti, di aver avuto ragione.   

Antonio Polichetti

Storico saggista

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