Teheran lancia missili su una base USA in Qatar ma avverte in anticipo. Mosca apre un canale diplomatico tra le parti in conflitto.
Dopo il massiccio bombardamento statunitense contro siti nucleari in Iran, la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Ma invece di incendiare ulteriormente il Medio Oriente, la Repubblica Islamica ha scelto una via più calcolata: attaccare sì, ma senza fare vittime. Un messaggio più politico che militare.
L’obiettivo è stato la base statunitense di Al Udeid, in Qatar, la più grande del Pentagono nella regione. Secondo le fonti ufficiali americane, 14 missili sono stati lanciati: 13 intercettati, uno volutamente lasciato passare poiché ritenuto non pericoloso. Nessun ferito, danni trascurabili. Donald Trump ha risposto con parole che suonano sorprendentemente concilianti: “Ringrazio l’Iran per averci avvisato tempestivamente. Nessuna vittima, nessun ferito. Forse è il momento per la pace nella regione”. E ha aggiunto: “Incoraggerò con entusiasmo Israele a fare lo stesso”.
Un attacco quasi annunciato, anticipato dai media americani e accompagnato dalla chiusura preventiva dello spazio aereo qatarino. Le ambasciate di Stati Uniti, Cina e Regno Unito avevano già invitato i propri cittadini a restare in casa. Tutti segnali che confermano l’intenzione di Teheran di evitare un’escalation incontrollabile. Secondo il New York Times, ci sarebbe stato persino un coordinamento tacito tra l’Iran e Doha, proprio per limitare i danni e rendere l’azione il più simbolica possibile.
Resta comunque alta la tensione, soprattutto a causa delle milizie sciite attive in Siria e Iraq, meno inclini alla moderazione. In Siria, alcuni colpi di mortaio hanno colpito un’area vicina a una base statunitense, mentre in Iraq l’allarme lanciato per un presunto attacco missilistico è stato poi smentito.
Sul fronte interno iraniano, il regime sta giocando una partita delicata. La tv di Stato ha celebrato la “Benedizione della Vittoria”, esaltando la capacità di rispondere “con potenza” all’aggressione americana.
E intanto, la Russia si inserisce come possibile mediatore. Il presidente Vladimir Putin ha ricevuto al Cremlino il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Secondo il portavoce Dmitry Peskov, si è discusso di “prospettive di una soluzione pacifica” al conflitto tra Iran e Israele, pur riconoscendo che le posizioni restano “radicalmente opposte”.
Il quadro resta instabile, ma per la prima volta dopo settimane di escalation si intravede una finestra diplomatica. Una tregua non ufficiale, nata da una vendetta controllata. Resta da vedere se si trasformerà in un’opportunità concreta per la stabilizzazione dell’area o in una pausa prima di un nuovo scoppio di violenza.
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