Contro precarietà, morti sul lavoro e repressione: il lavoro torna al centro del conflitto sociale
Il Primo Maggio non è una liturgia. Non è una parentesi di retorica, né un rito consolatorio buono per qualche dichiarazione istituzionale. È una giornata di lotta. E oggi più che mai va restituita al conflitto sociale, alla verità materiale delle condizioni di chi lavora.
Perché mentre si celebrano i “valori del lavoro”, il lavoro continua a uccidere. Nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi. Una strage quotidiana, normalizzata. E ogni volta si ripete lo stesso copione: comunicati ufficiali, cordogli di circostanza, promesse che evaporano nel giro di poche ore. Lacrime di coccodrillo versate da chi, troppo spesso, è corresponsabile di un sistema che sacrifica la sicurezza sull’altare del profitto. Intanto le famiglie delle vittime restano sole, abbandonate, senza giustizia e senza tutele reali. Persino le leggi esistenti, come quelle sul collocamento obbligatorio dei familiari, vengono sistematicamente disapplicate o aggirate.
La prevenzione è un guscio vuoto. I controlli nei luoghi di lavoro sono insufficienti, sporadici, del tutto inadeguati rispetto alla gravità della situazione. Ma c’è di più, ed è un fatto che non può essere taciuto: sono scandalosamente rare le segnalazioni agli organi di vigilanza, anche da parte dei sindacati di categoria. Un’inerzia grave, che non può essere giustificata né tollerata. Perché senza denunce, senza conflitto, senza una pressione costante e organizzata, gli strumenti di controllo restano lettera morta. E quando chi dovrebbe vigilare e denunciare tace, quel silenzio diventa complicità oggettiva con lo sfruttamento e con l’insicurezza che continua a uccidere.
Serve una svolta radicale. Serve una struttura investigativa forte, autonoma, capace di coordinare a livello nazionale la lotta contro gli infortuni, il caporalato, le violazioni sistemiche dei diritti: una procura nazionale del lavoro. Perché ciò che oggi manca non sono solo le norme, ma la volontà politica di farle vivere.
Nel frattempo, milioni di lavoratrici e lavoratori sono ricattati dalla precarietà. Contratti a termine, lavoro a chiamata, intermittente, interinale: forme contrattuali che non garantiscono futuro né dignità, ma solo disponibilità totale e diritti ridotti al minimo. Non è più una deriva: è un modello deliberato. E dentro questo modello si consuma anche un’altra violenza, spesso invisibile: il mobbing, che in questo Paese continua a non avere una reale sanzione penale, lasciando chi lo subisce in una condizione di isolamento e vulnerabilità.
E poi c’è il mondo della conoscenza, dove giovani ricercatori, spesso tra i migliori, sopravvivono in una precarietà senza fine, mentre si favoriscono modelli di istruzione sempre più piegati a logiche di mercato. Un Paese che precarizza il sapere è un Paese che rinuncia al proprio futuro.
Intanto il conflitto sociale viene represso e criminalizzato. Scioperare, manifestare, organizzarsi: diritti fondamentali trasformati in problemi di ordine pubblico. Avvisi di garanzia, perquisizioni, multe, arresti: strumenti utilizzati per intimidire e disinnescare ogni forma di opposizione. La lotta di classe viene delegittimata, ridotta a devianza, quando non direttamente criminalizzata.
In questo quadro, una parte del sindacato ha smarrito la propria funzione storica. La concertazione permanente con governi che tagliano salari, diritti, sanità e istruzione, mentre aumentano le spese militari e legittimano economie di guerra, ha prodotto una distanza crescente tra rappresentanza e realtà. Senza conflitto, il sindacato perde senso. Senza autonomia, perde credibilità.
Per questo serve una rottura netta. Serve rimettere al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale. Serve tornare a costruire rapporti di forza, non a inseguire compatibilità imposte dall’alto. Anche con strumenti concreti: un meccanismo automatico che difenda salari e pensioni dall’inflazione, una nuova scala mobile; un piano straordinario per un’occupazione stabile, sicura, dignitosa.
Vogliamo il pane, ma anche le rose. Vogliamo salari giusti, sicurezza, diritti, stabilità: il necessario per vivere, per non essere ricattabili, per non morire di lavoro o per il lavoro. Ma vogliamo anche tempo, cultura, bellezza, libertà. Perché il lavoro non può essere una condanna che consuma l’esistenza: deve essere parte di una vita piena, degna di essere vissuta. Senza questa ambizione, ogni rivendicazione resta mutila.
Il Primo Maggio deve tornare a essere quello che è sempre stato nelle sue stagioni migliori: una giornata di lotta, di organizzazione, di rivendicazione. Perché i diritti non si celebrano. Si strappano. E si difendono, ogni giorno, contro chi li vuole cancellare.
Ciro Crescentini

