La Premier annuncia che non ritirerà la scheda. Un gesto grave, nel giorno simbolo della democrazia. Altro che libertà di scelto, è messaggio diseducativo e pericoloso proprio il 2 giugno. I cittadini rispondano con la partecipazione
Nel giorno in cui si celebra la nascita della Repubblica italiana, fondata sul lavoro e sul principio inderogabile della partecipazione democratica, la premier Giorgia Meloni ha scelto di lanciare un messaggio tanto chiaro quanto pericoloso: “Vado a votare, non ritiro la scheda. È una delle opzioni”. Con queste parole, pronunciate ai Fori Imperiali in occasione della Festa della Repubblica, la Presidente del Consiglio ha sostanzialmente invitato i cittadini ad astenersi dal partecipare ai referendum sul lavoro in programma per l’8 e 9 giugno, nel tentativo evidente di sabotarne il quorum.
È difficile immaginare un atto più grave, più simbolicamente distruttivo, in un giorno così carico di significato democratico. Il 2 giugno è il giorno in cui l’Italia scelse la Repubblica con un referendum popolare, il giorno in cui per la prima volta anche le donne votarono. È il giorno che rappresenta la vittoria della partecipazione sulla passività, della voce popolare sul silenzio imposto. Invece Meloni, proprio quel giorno, decide di ostentare disprezzo per il voto. Una scelta che sa di strategia: non entrare nel merito dei quesiti referendari, non parlare di precarietà, salari, diritti, ma semplicemente lasciar morire il voto nel silenzio.
Un sabotaggio consapevole
La tecnica è nota: non serve dire “non andate a votare”. Basta dire “ci vado ma non ritiro la scheda”. Un escamotage che tradisce una volontà politica chiara: delegittimare lo strumento referendario e impedire ai cittadini di pronunciarsi su temi fondamentali come la sicurezza sul lavoro, la tutela dei precari, i subappalti selvaggi e la reintroduzione delle tutele contro i licenziamenti ingiustificati.
Giorgia Meloni non ha mai nascosto la sua avversione verso le forme di controllo popolare che non siano addomesticate. Il suo governo si mostra forte con i deboli e debole con i potenti, ostile al conflitto sociale e allergico a ogni meccanismo che metta in discussione l’ordine economico esistente. Boicottare i referendum è solo l’ennesima conferma di una deriva autoritaria che ha un obiettivo preciso: ridurre gli spazi di democrazia, spegnere le voci dissidenti, isolare chi lotta per i diritti.
La condanna dei sindacati e dell’opposizione
Le parole di Meloni hanno sollevato una dura reazione da parte della società civile. Il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha definito la posizione della premier “irresponsabile e paradossale”, paragonandola a chi va al cinema ma resta fuori dalla sala, o a messa senza entrare in chiesa. “È un modo per non cambiare nulla – ha aggiunto – per lasciare intatto il sistema della precarietà, dei subappalti, dei diritti negati”.
Anche l’ex premier e leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha attaccato Meloni, sottolineando la gravità di un messaggio di astensione proprio nel giorno in cui l’Italia celebra la nascita della Repubblica. “È vergognoso – ha scritto – che il Presidente del Consiglio diserti il voto su questioni che riguardano milioni di lavoratori precari e sfruttati, proprio mentre ricorda il 2 giugno, giorno in cui le donne per la prima volta esercitarono il diritto di voto”.
Una scelta che dice tutto
Meloni non vota perché, nei fatti, nega l’esistenza stessa del problema. I tre morti al giorno sul lavoro non sono un’emergenza. Il precariato strutturale non è una priorità. Gli stipendi da fame, il caro vita, i contratti a termine infiniti non trovano spazio nell’agenda del governo. Per la Presidente del Consiglio, l’unico vero problema è che ci siano ancora cittadini disposti a lottare per cambiare tutto questo.
La sua è una politica che respinge il dissenso e criminalizza l’opposizione sociale. Ma l’indignazione cresce. Perché il referendum è uno strumento sacro della nostra democrazia. È il mezzo con cui la cittadinanza può riprendere in mano le scelte fondamentali, anche quando le istituzioni preferiscono voltarsi dall’altra parte.
La risposta: partecipare, votare, cambiare
A chi oggi governa con l’arroganza del potere rispondiamo con la forza della partecipazione. L’8 e 9 giugno sarà possibile votare per affermare diritti, dignità, tutele. Votare sì significa dire basta allo sfruttamento, alla precarietà, ai subappalti senza regole, ai licenziamenti senza giusta causa.
La democrazia si difende nelle urne, non con le passerelle. E mentre Giorgia Meloni si rifugia in un gesto che disonora il suo ruolo, noi scegliamo di esserci, di dire la nostra, di non restare in silenzio.
Perché la Repubblica è partecipazione. E chi la guida ha il dovere di ricordarlo, non di dimenticarlo.
Alma
